Fenomenologia della tardoadolescenza, parte prima: Ruby Soho

Libero Guarini, anni venti e qualcosa, camicia da rivedere, scarpe non guardabili, bella barba.
Cammina distratto e ciondolante su un marciapiede di viale Brianza, occhiali da sole sul naso, capelli arruffati in testa, sigaretta tra le labbra.
Ha un buco nei jeans, all’altezza del ginocchio. Piccolo, difficile da notare. Lo tiene per ricordarsi di quando è caduto in motorino e per poco non ci rimette tutte le sue lerce piume.
Porta con sé sempre due accendini, uno scarico e uno funzionante. Dice che con uno solo si sente disarmato. Libero Guarini, anni venti e qualcosa…
“Libero!” lo chiama urlando, alle sue spalle, uno spiritello dagli occhi verdi.
Lui si gira, sbuffa fumo grigio, abbozza un sorriso.
“Ciao” saluta lo spiritello.
“Ciao” risponde laconico il nostro.
Silenzio.
“Ne è passato di tempo, eh?” incalza lo spiritello.

Anni addietro. Avvenimenti notturni. Quelle storie bieche di quando s’era giovani e che non ci si dimentica più. Fondamentalmente un grottesco fumetto dadaista di cose che accadono e scompaiono e riaccadono in un ciclico rincorrersi.
Fondamentalmente quelle strane storie in cui dai un tappo, e ti ridanno indietro un bacio.
Poi, sapete, alcune cose funzionano strane, in alcuni libri, in alcune opere postpunk tardoadolescenziali.
E’ che le buone intenzioni ci sono sempre tutte, quando hai i brufoli sulle guancie. Solo che poi le cose vanno più veloci di te, te che sei bravo se ci capisci qualcosa, e i vagoni deragliano e si finisce sempre nell’espressione è tutto un gran casino.
E poi, lo sapete, i baci diventano poster, i poster vengono attaccati ai muri, i muri diventano un museo di ricordi.
E poi, lo sapete, non è che uno si dimentica le cose, piuttosto cerca di non parlarne. Ché quando si avanza veloci non si ha il tempo di stare a pensare a quel che s’è lasciato indietro.
Casualties of war! sembrano urlare i grandi inquisitori della memoria, quelli che nel sonno ti guardano dormire e ti giudicano e ti danno dello stronzo. Che poi finisce che t’alzi al mattino già incazzato, e senza sapere perché.
Anni addietro le parole esplodevano, come adesso, come in questo momento. Era tutto un’esplosione di parole. La politica era una bella una cosa, la politica era una cosa che si pensava potesse esser fatta. E poi c’erano le bici viola, e le catene che si aprivano da sole, i freni che non funzionavano.
E i Tre Allegri Ragazzi Morti che ti cantavano nelle orecchie Volo Sulla Mia Città mentre sfrecciavi sulla Martesana, alle sette del mattino, dirigendoti a scuola.
Anni addietro esisteva ancora la musica distorta e funzionava che, di tanto in tanto, s’andava alle Officine Anarchiche a sentire qualche pazzo che spentolava come se anche i morti si dovessero svegliare. E si beveva birra del cazzo, rigorosamente calda. E le canzoni erano distorte e veloci, talmente veloci che eri bravo se te le ricordavi, se ti ricordavi ch’erano esistite. E non esistevano ancora tutti questi strani individui che ascoltano folk di merda e mono nota, s’arrotolano i pantaloni e fanno finta di sapere tutto quel che c’è da sapere sul nulla.
Genuflettetevi su voi stessi e stimolatevi il sesso con la lingua!  gli si sarebbe urlato, tutti insieme, in sospensione tra l’educato e l’irrispettoso.
E c’erano le felpe beige e bucate, quelle vecchie, quelle fighe, quelle che s’eran bucate perché erano state messe troppe volte. Che adesso sono ancora lì, nell’armadio, e ogni tanto gli si butta un occhio, gli si parla.
Ehilà, come butta? Sempre in gamba, eh!
Anni addietro era diverso andare in giro, che c’erano meno imbecilli pettinati come imbecilli e si era convinti d’avere delle idee e che quelle idee sarebbero diventate qualcosa.
Si stava sotto le tettoie, mentre pioveva, a trangugiare Ceres Strong Ale, a guardare la pioggia cadere, a chiacchierare, a guardare la pioggia cadere, a scambiarsi poesie, a guardare la pioggia cadere, e cazzo devo andare e diluvia e ci si infradiciava e andava bene così e nessuno t’avrebbe detto niente perché avevi preso un raffreddore.
E non esistevano i SUV. E nemmeno l’area C. E cazzo eri bravo se ci capivi qualcosa, che era tutto un grandissimo casino e uscivi la sera, ti alzavi al mattino, tornavi la mattina, dormivi tutto il giorno e tutto sembrava un grande gioco cui solo le persone temprate dagli avvenimenti potevano partecipare.
Una roulette russa con l’entropia, dove vinceva chi non deflagrava andando in mille pezzi.
Fondamentalmente capitava, poteva capitare sì, che ti venisse dato un bacio, dopo che tu avevi consegnato un tappo. Quelle cose che guadagnano un senso solo dopo, quando hai troppa barba per poterti ancora considerare un tardoadolescente, ma troppo poca per poter far parte dei grandi inquisitori. Cose che un senso l’hanno sempre avuto, ma uno di quei sensi malati e superveloci tipici dell’HC Melodico, quello che quando esce dalle casse fa venire i brividi e fa diventare tutto colorato, o tutto nero, a seconda dell’umore, della situazione, del ricordo che striscia tra quelle due note in croce.
Che poi era tutto un fottiamoci il futuro tipico delle situazioni veloci che nascono, esplodono, svaniscono e ti rimangono sotto pelle, vive, come i mille tatuaggi che non ti sei mai fatto e che sono lì, incisi con l’inchiostro simpatico. Per sempre.

“Ti va un caffè?” domanda lo spiritello, mentre Libero si appresta a ritornare sul pianeta terra.
“Sì” risponde il nostro “Un caffè mi ci va proprio”.
Sigaretta nella destra, sorriso abbozzato, a passo cadenzato segue lo spiritello dagli occhi verdi, o meglio le cammina accanto.
Lei sorride, lui si disegna sul volto quella sua cosa tipica, che non è mai del tutto un sorriso, che siete bravi se riuscite a capire cosa sia.
Arrivano a un bar con i tavoli all’esterno, tovaglia rossa su legno bianco.
Lui guarda lo spiritello e “Prego, scegli tu dove metterci”.

Rancid “Ruby Soho”

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