Fenomenologia della tardoadolescenza, parte seconda: Emily

Qui l’arretrato.

Il punto è questo: nessuno sa come funziona.
Non esiste un modo per prevedere gli eventi, per sapere con certezza che, alla tal ora, nel tal luogo, incontrerai la tal persona. Persona che, magari, non vedevi da anni, che quasi ti eri dimenticato esistesse. Quasi. Forse. E queste sono due locuzioni che, utilizzate in certi momenti, vogliono dire tutto il contrario di quel che significano.
Funziona così: all’improvviso alcune cose tornano indietro, come riportate dalla risacca d’un’onda invisibile. Ti si schiantano addosso, t’investono, t’inondano. E tu non puoi che rimanere attonito, rintronato, immobile e con una sigaretta nella mano su un lurido marciapiede milanese.
“Assurdo averti incontrato così per caso” dice lo spiritello, giocherellando col cucchiaino di metallo. Dita affusolate su metallo lucente. Unghie colorate. Azzurro.
“Sì, pazzesco” fai tu, la tazzina nella mano, sapore di caffè in bocca.
“Pazzesco davvero!” esclama lei “Cioè, ero lì che camminavo e, paf!, eccoti che appare Libero Guarini”.
“Che sfiga, verrebbe da dire!” scherzi tu, che non sai se sei nervoso o imbarazzato, se ti senti in colpa o solamente pieno di vergogna.
“E poi non sei cambiato di una virgola!” prosegue lei, gli occhi felici, il sorriso sulle labbra.
“Anche tu sei quasi uguale”. Quasi. E vi ricordate che cosa abbiamo detto dei quasi, utilizzati in alcuni momenti? Probabilmente lo ricordate perché è capitato di dirlo anche a voi. Scene da film indipendente del tipo vieni stasera? e quasi quasi, per dire che non aspettavo altro che me lo chiedessi. Scene da film indipendente in concorso al Sundance Festival. Le scene dei film che, alla fine, rimangono impresse.
“Cos’hai fatto in questi anni?” domanda secca, all’improvviso.
Questi anni. Quanti sono? Quattro? Cinque? Di più? E cosa hai fatto? Che, poi, non è come chiedere cos’hai combinato o come ti sei arrangiato, no, è proprio cosa hai fatto, è proprio cosa hai portato a termine.
Hai dato un senso compiuto a quel che dicevi?
La guardi, la guardi mentre sorride, pensi che non ha mai smesso di farlo da quando siete seduti, forse da quando vi siete rincontrati, forse da sempre. E forse è proprio vero, forse lei ti ha sempre sorriso, in ogni momento, anche quando magari avrebbe potuto non farlo. Forse non l’hai mai vista con un’espressione diversa da quella, anche se sei sicuro che, questo, sia tutto un tuo costrutto, una tua personale modifica dei ricordi, degli avvenimenti reali. Perché sai di per certo che ha anche pianto, e lo sai perché l’hai vista mentre lo faceva. Lo sai. Eppure, se pensi a lei, non riesci a pensarla con un’espressione diversa.
Cos’hai fatto in questi anni?
“Un po’ di cose” rispondi con una tua tipica frase, di quelle che non vogliono dire assolutamente niente, in cui si può vedere qualunque cosa.
Vorresti farle una domanda anche tu. Una sola. Però non sai se sia opportuno, se sia il caso. In fondo, maledetto te, hai questo problema che non capisci se sei nervoso o imbarazzato, se ti senti in colpa o solamente pieno di vergogna. E quindi le sorridi. E quindi la guardi. E quindi non dici niente.
Fumi, sorseggi il caffè, ascolti il silenzio.
“Stai sempre schierato da quella parte lì?” riprende ad indagare, dopo aver posato il cucchiaino sul tavolo.
Ah, la politica. Ah, quella parte lì.
Sorridi, dici “Non penso d’esser mai stato così schierato”.
“Quella volta a Bologna eri parecchio schierato”.
Ah, quella volta a Bologna. Ah, le storie che non verranno mai inserite nei libri di scuola. Ah, l’inconsapevolezza adolescenziale.
“Quella volta a Bologna è stata l’ultima volta in cui sono stato schierato”.
“E ora hai smesso?”.
“Non credo si possa smettere, Emilia” e lo dici chiamandola per nome, per la prima volta, dopo veramente tanto tempo.
L’ultima volta. Mano nella mano. Di corsa. La grandine. Cazzo ci prendono! urlava lei e tu sentivi il suo palmo liscio contro il tuo ruvido e non sapevi dove stessi correndo e sapevi solo che dovevi correre.
“Quand’è che hai smesso?” chiede, riproponendo una domanda appena fatta, cui abilmente non hai risposto.
“Di fare cosa?”.
“Lo sai”.
Ha gli occhi verdi. Ha gli occhi verdi e luminosi. Ha gli occhi verdi, luminosi e, a differenza di come li ricordavi, duri. Come se avesse aggiunto altre corse, altri racconti notturni ad un bagaglio già fornito.
Quand’è che hai smesso?
“Eravamo in Piazza Maggiore, te lo ricordi?”.
“Sì”.
“E tu mi hai detto domani vado a Marsiglia e ti ho risposto io non vengo e tu poi sei andata davvero e noi ci siamo persi di vista.
“Sì”.
“Ho smesso in quel momento. Ero stanco, volevo dormire, non ne potevo più di correre a perdifiato per le vie di notte. Volevo dormire il resto dei miei giorni”.
Emilia sorride e tu pensi che il profilo del suo viso t’ha sempre fatto impazzire. Che quella linea precisa, l’angolo retto della mandibola che scende morbido verso il mento, è un manifesto barocco della perfezione.
“E ci sei riuscito, poi, a dormire?”.
“Per niente”.
Senza che tu abbia chiesto nulla, senza bisogno di domande, come se fosse una cosa naturale, inizia a raccontare.
“Io dopo Marsiglia non ci sono più tornata a Bologna. Sono andata direttamente a Genova, ti ricordi che dicevo sempre di volerci andare? Ho finito l’università lì, senza mai smettere. Gli altri li sento ancora, ma ho conosciuto altra gente, alcuni di fuori, persone brave in certe situazioni. Tu dicevi sempre dobbiamo essere preparati, se vogliamo fare certe cose. Avevi ragione. Eccome. Ho fatto tante cose. Sono stata anche a Francoforte. Però non ho mai smesso di pensare a quel matto ciuccianebbia che faceva attività politica in una città non sua. Mi sei mancato”.
Non sai se rispondere anche tu, se dirglielo o meno. Sembra pleonastico, in certi casi, far presente che qualcosa vale anche per noi. A volte è meglio lasciarlo lì, tra le righe. E poi, cazzo, penso ti si legga in faccia, che anche tu stai pensando che t’è mancata.
“Quanto rimani in città?” le domandi.
“Poco. Sono qui per la manifestazione di dopodomani, sto giusto il tempo necessario”.
“Roba grossa?”.
“Perdonami, ma non posso parlarne con esterni”.
Certo. Dopo tutti questi anni, non sei ancora abituato a considerarti un outsider del movimento.
Sorridi, incassi in silenzio. In fondo ti sta bene.
Ti torna in mente quella domanda, quella che non sai se puoi fare o meno. E pensi vaffanculo. Pensi che, se non la fai ora, non la farai più. Che volevi già fargliela quella volta in Piazza Maggiore, dopo quella corsa, dopo quella grandine, dopo quelle urla e tutto quel gran casino.
Una domanda stupida, che nessuno fa mai, cui nessuno saprebbe rispondere.
La guardi, la fissi. Lei sta sorridendo, tu stai fumando.
“Sei felice?”.

From First To Last “Emily”

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