Fenomenologia della tardoadolescenza, parte quarta: Yellow

Qui gli arretrati:

Parte Prima
Parte Seconda
Parte Terza

Il concetto di fare due passi è sempre stato qualcosa da rivedere, stai pensando.
Il concetto di fare due passi proprio di una determinata generazione  – determinata perché specifica e determinata perché destinata – è da sempre un concetto labile.
Due passi possono voler dire esattamente due passi, ma possono significare anche svariati chilometri.
E stai pensando, mentre cammini, che essere nati prima che venissero sdoganati i voli low cost, prima che capillarizzassero i mezzi pubblici di questa città assurda, prima che le distanze si riducessero ancor di più di quello che erano, vi ha lasciato, a te e ai nati con te, la percezione quasi esatta di cosa sia uno spazio e di quanto tempo ci voglia per percorrerlo.
Perché prima del servizio di navetta notturno, c’erano o la bici, o le gambe.
Perché i neo adolescenti di oggi non sapranno mai quanto ci impiega un regionale per andare a Bologna.
Perché i Frecciarossa, bianca, verde e blu hanno rovinato il gusto di prendere un treno e tante altre cose ne hanno rovinate altrettante.
Stai pensando che, a suo modo, anche la spunta blu ha contribuito a restringere lo spazio, farne perdere la reale percezione; che una volta non sapevi se il destinatario avesse o meno visualizzato, e andava bene così, e usavi quel tempo, quello che oggi si passa in attesa, per fare altre cose, come ad esempio provare ad organizzare una rivoluzione.
Stai pensando che,oggi, probabilmente è l’attesa stessa che non esiste: quando parti, pretendi d’essere già arrivato e quando scrivi un messaggio, pretendi che ti rispondano immediatamente. E, in questo modo, si va perdendo tutto ciò che, un tempo, intercorreva tra punto A e punto B. Il paesaggio. Le fantasticherie. Le supposizioni. Le ipotesi. L’immaginazione.
Stai pensando, mentre i tuoi piedi solcano l’asfalto inerte di via Palestrina, che è difficile fare una rivoluzione, in un mondo che si ostina a voler rimpicciolire gli spazi. Gli spazi sono fondamentali, ché lì dentro ci stanno le idee, le illuminazioni.
E, anche, in questo momento ti è venuto in mente che voi, te e i nati con te, per certi versi siete gli ultimi di una specie estinta, ma senza giudizi morali o qualitativi. Ne prendi atto, come bisogna prendere atto del fatto che i dinosauri si siano estinti. Ed erano fighi, i dinosauri, sconfitti dai maledetti mammiferi, che si innamorano, si riproducono, infestano, muoiono.
Ed è successo, e bisogna farsene una ragione, ché lo chiamano progresso, evoluzione, futuro.
Buffo il ruolo che ti trovi ad avere, ché tu dicevi che il futuro era un’invenzione e ora sei qui a prendere atto d’essere stato sconfitto dal suddetto. E l’universo ride di te, credo, e io con lui.

Libero Guarini che cammina dentro una camicia rivedibile, con un buco nei jeans, e diventa quasi adulto alla fine di un lungo giro: eccoti qui.
Emilia ti cammina accanto e vicino, e in questo caso accanto e vicino non sono sinonimi. Significano esattamente accanto e vicino. Tremendamente vicino.
“Quindi, non mi rispondi?” ti domanda, ti ricorda che le devi una risposta, risposta che hai cercato di svicolare proponendo i celeberrimi due passi.
Quindi, non mi rispondi?
L’ironia degli eventi: ci sono persone che vedi tutti i giorni con le quali rimane un certo imbarazzo, una certa mancanza di scioltezza, e persone che capita di non vedere per anni, senza che comunque  vada persa quella maledetta e strana confidenza. Quella che ti fa pensare, all’affacciarsi della sera su via Palestrina, che non sia passato nemmeno un giorno o, se mai qualche giorno sia passato, è un numero che va da un minimo di uno a un massimo di dieci.
Quella che ti fa sentire in diritto di poterla guardare negli occhi, sorridere e dirle “Perché mi fai una domanda della quale conosci la risposta?” producendo, probabilmente, lo stesso effetto di uno smottamento di faglia sulla dorsale atlantica. Qualcosa di potente, di terribilmente devastante, ma comunque bello da vedere. Forse più in te che in lei, forse più nel tuo stomaco che nel suo. Una di quelle strane scosse che, un tempo, quando esistevano gli spazi e a Bologna non ci andavi in un’ora nemmeno vendendo ambedue i reni, erano all’ordine del giorno.
L’attesa dell’arrivo, il paesaggio che cambia senza cambiare mai, quel ora vado in bagno e fumo una paglia, quel madonna che caldo, la sensazione della stoffa unta dei sedili appiccicata alla pelle. Immagini tardoadolescenziali in bassa risoluzione che, prepotentemente, esplodono in via Palestrina al tempo dell’acca dì, del quattro kappa e della fibra ottica. I dinosauri che, con un colpo di coda, oppongono l’ultima, strenua resistenza ai maledetti mammiferi mangia bacche a tradimento.
“E allora perché?” ti chiede, senza scomporsi, con naturalezza.
“Perché cosa?” fai tu, avendo inteso benissimo, temendo di dover rispondere per davvero.
“Perché?” si limita a ripeterti lei, che ti sembra più bassa di come te la ricordavi, che sicuramente sta pensando che sembri più alto di come ti ricordava.
Perché ti sei perso negli spazi e non hai più trovato la via del ritorno.
Perché ti sei perso negli spazi in un’epoca nella quale perdersi negli spazi voleva dire rischiare di non tornare più.
Perché, come Peter Pan, ti sei dimenticato di tornare per le pulizie di primavera
.
“Andava tutto così in fretta, c’erano così tante cose da fare, cose in cui credere. Poi tu hai deciso di andare a Marsiglia, e io non volevo venire a Marsiglia. E, poi, quando sei tornata mi dicevo adesso la chiamo, e poi non l’ho mai fatto. E sono passati degli anni”.
Vi fermate ad un incrocio, in attesa del verde. Le macchine passano veloci, il caldo del tardo pomeriggio sta lasciando spazio alla frescura della sera. Siete fermi. Vi state guardando.
“E ora siamo qui” ti dice semplicemente, con gli occhi fermi nei tuoi, quegli occhi che santissimocieloazzurro.
Piazza Maggiore, la grandine aveva appena finito di cadere, vi eravate seduti su una panchina. Aspettavate il resto del gruppo, i dispersi, sperando che nessuno fosse stato preso. Anche allora vi stavate guardando. Anche allora lei disse qualcosa di simile: siamo qui. Per dire siamo vivi, esistiamo.
E anche allora, come oggi, lo disse con quella sua voce che non ricordavi così. Calda. Rotonda. Una voce che potresti stare ore ad ascoltare senza stancarti, un suono avvolgente che ti fa stare bene.
“Senti” fai tu grattandoti il pizzetto, uscendo da ogni collegamento possibile col discorso precedente “Se non hai niente da fare io andrei a bere una birra”.
Emilia è lì, sorride, guarda in basso, ti guarda, sorride di nuovo. E non capisci se stia ridendo di te, di voi, se sia semplicemente contenta o se sappia qualcosa che tu non sai.
“Come posso dire di no?” ti dice dopo una brevissima attesa, rimanendo lì, sorridente, a guardarti con i suoi occhi verdi piantati nei tuoi a due palmi di distanza.
E i dinosauri hanno appena occupato via Palestrina, ricacciando indietro i mammiferi e riportando la giusta distanza tra le cose, i sacrosanti spazi tra le distanze.

Coldplay “Yellow”

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