Mai fu questione di diritti – la libertà non è la legge – le convinzioni non sono consapevolezze

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Canzoni.
E’ pazzesco come possa essercene una per tutto. Più o meno una per ogni fatto accaduto o da accadere.
Sono lì, silenziose finché non le fai suonare. Le casse le assecondano, la pioggia, mischiata a un down di serotonina post quattro del mattino, fa il resto. Atmosfere sfumate e back in the days  a tradimento.
See the sunny sky era il titolo di una playlist che avevo sull’I-pod. Sull’I-pod che ho perso. Sull’I-pod che ho perso insieme a tante altre cose.
Maledetta scatola di alluminio e plastica, quante cose ti sei portato via smarrendoti. Quante cose tangibili, quante cose che ora, per ricordarle, devo spremermi le meningi fino a farle sanguinare.
Non me lo ricorderò mai con esattezza quante e quali canzoni ci fossero sopra. Quante e quali canzoni importanti ci fossero sopra. Maledetta scatola di alluminio, e maledetto me che pensavo non ti avrei mai smarrito.
See the sunny sky.
Per dirne una, all’epoca si potevano mandare solo gli sms, gli smartphone non esistevano.
Sms, o telefonate, o piccioni viaggiatori. E’ sufficiente, credo, per rendersi conto che si sta parlando praticamente di una vita fa. Una, o innumerevoli vite fa. L’altra vita, quella prima di tante cose.
See the sunny sky era un sms stringato, breve, conciso. C’era scritto solo questo, senza punto finale. Una frase aperta, sospesa, senza fine. Una frase ricevuta in fondo a viale Jenner, durante uno di quegli innumerevoli giri mattutini, musica in cuffia, che era ormai usanza fare anziché recarsi a scuola.

Esisteva, una volta, il cosiddetto triangolo industriale Milano-Genova-Torino.
E poi esisteva il triangolo Milano-Bologna-Genova, che non finirà mai nei libri di storia e con l’industria c’entra ben poco.
Avanti e indietro, indietro e avanti.
Ed esistevano ancora i regionali, e andare a Bologna era un viaggio infinito, il treno per Genova si fermava in posti sconosciuti all’umanità.
E però quant’è bello scendere in Piazza Principe, scivolare fino al lungomare intitolato al Faber, perdersi al porto vecchio, risalire i vicoli, perdersi di nuovo, cercare di evitare Via Del Campo perché troppo mainstream e, alla fine, passarci comunque. Quant’è bella Genova, che ti respinge come un’amante difficile e, proprio per questo, alla fine ti fa innamorare d’un amore puro e deleterio, di quelli che ti segnano, distruggono, sconquassano. Che ti fanno dire non potrò mai averti, ma non riesco a non amarti.
E delle due torri, di San Luca, di Piazza Maggiore è anche superfluo parlarne. Bologna con i fianchi in collina e le gambe in pianura, dice, mi pare, un cantautore. Bologna. Non ha bisogno di parole aggiuntive. E’ lì. E’ marcia. E’ viva. E’ festa.

Cos’è la contestazione? ci si domandava di sovente.
Che senso ha contestare? si proseguiva.
Contestare tutto, o selettivamente? si elaborava.
Erano i primi tempi, quelli acerbi della messa in discussione del paternalismo e della struttura. L’inizio della decostruzione collettiva, proseguita poi in via individuale.
Prendere il senso, ridurlo all’osso, scoprire che è fallace. Prendere il senso costruito, decostruirlo, mantenerne solo il nocciolo, l’indispensabile.
La lotta invisibile. Quella parallela alle lotte più concrete, più materiali. La battaglia non dei diritti, ma della libertà. Libertà di essere semplicemente, al di fuori di ogni regola limitante e limitativa. Di ogni inscatolamento artificiale. La battaglia non per dei diritti sanciti dalla legge, che rimane costrutto e, proprio per questo motivo, inesistente, la battaglia non per l’uguaglianza universale, che non esiste perché siamo tutt* diversi ed è in questo che sta la bellezza,ma la battaglia per poter liberare il proprio corpo, esprimerlo come meglio si ritiene opportuno, a seconda di chi si è, di come si vuole essere, di cosa si vuole divenire.
E scontrarsi, dibattere con chi dava priorità ad altre cose, a cose più materiali, cose che reputavamo secondarie.
La rivoluzione della mente che precede quella sociale, è sempre stata questa l’idea. E’ ancora questa l’idea.
E andare a provocarli, pubblicamente, per scardinare il buonismo della loro morale castrante, e farli incazzare, farli sbraitare, sbavare. La provocazione della gioia di liberi corpi.
Senza mai chiedere pari diritti, senza mai chiedere il permesso di essere o esistere. Ma pretendendo di essere semplicemente perché fatto naturale, fatto esistente e non cancellabile.
Non è mai stata una questione di diritti, una richiesta di essere resi legali. Non è la legge, fatta dagli uomini, che deve stabilire cosa è accettabile e cosa no, cosa è opportuno, appropriato, e cosa no.
Non l’etica, non la morale, non la religione, non la società.
 Il vostro vivere civile è la nostra lenta morte, si scriveva ogni tanto.

E see the sunny sky era un motto per i giorni tristi, quelli un po’ più difficili. Alla fine, è sempre stato un voler distruggere con gioia, ritenendo che la serietà fosse, e tutt’ora è, controrivoluzionaria. Chi si ribella con serietà prende sul serio se stesso, ma non la ribellione. Dovrebbe succedere sempre e solo il contrario.
 In fondo è un gioco di società, si diceva, chi non si diverte, perde.
Il fatto è che, quando la lotta è invisibile, è molto più personale che collettiva. E una volta che la inizi, non ne esci più. Anche se sono svariati anni che non si scrive niente su un muro, che non si fa attivamente incazzare qualche morto in piedi.
Perché non è una convinzione – tutte le convinzioni, prima o poi, passano – ma un dato di fatto.
Il corpo deve essere libero, sempre, in ogni caso. Libero di poter essere vissuto come meglio si crede.
E’ una consapevolezza, non una convinzione.

See the sunny sky era tante cose, ed era anche una playlist.
Quando la si selezionava, questa era la prima canzone che partiva.
Scroll. Click. Back in the days.

Millencolin “Shut You Out”

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