North Dakota – Blue Jeans and White T-Shirts

Still we sing with our heroes, 33 rounds per minute
We’re never going home until the sun says we’re finished

Il problema di non credere più nelle parole è che te ne stai lì, guardi il foglio, e vorresti dire tutto quello che stai pensando, ma alla fine qualcosa ti fa desistere.
Le parole standardizzano, cazzo, e il North Dakota è uno stato veramente grande da attraversare con una macchina. Questa, poi, è proprio una macchina del cazzo: non va nemmeno col vento a favore, le marce si inceppano, non tiene la strada e i sedili sono più scomodi del letto d’un fachiro. Nessuno ci punterebbe un soldo, sul mio mezzo. Per questo me lo tengo stretto, per questo voglio bene al mio mezzo. Nonostante sia praticamente da rottamare, non mi ha mai abbandonato. E poi mi ha portato fino a qui. Sì, non rinuncerei a questa macchina del cazzo per nessuna ragione al mondo.
North Dakota.
Mi ci sono ritrovato per caso, una mattina. Ho varcato il confine, andando verso ovest. Non conosco le strade, mi baso a occhio sul sole. So che, dove tramonta, là c’è l’Ovest, là c’è il posto in cui voglio andare, senza ben sapere dove stia esattamente andando.
Non so cosa troverò, una volta arrivato. Paradossalmente, so che cosa non voglio trovare. Una volta non sapevo assolutamente niente, né cosa volevo e né cosa non volevo. Adesso, in questo abitacolo in cui nessuno vorrebbe entrare, le cose sono un po’ diverse: so che cosa non voglio e ho una vaga idea di quello che voglio. Però mi incazzo ancora quando mi dicono meno male che si cresce. E’ più forte di me.
L’ho sempre visto più come un purtroppo, piuttosto che un meno male. E meno male cosa, poi? Quante cose vi siete persi per sempre perché, meno male, siete cresciuti? Quante cose non avete fatto perché, meno male, i vostri impegni non ve lo permettevano?
Ah, è una cazzo di battaglia coi mulini a vento in cui nemmeno voglio entrare. E, poi, quando dici queste cose le persone si sentono punte sul vivo. E, poi, quando fai questi discorsi le persone si sentono accusate.
E io non ne posso più di sentire risposte piccate o di subire le controaccuse. Va bene così, davvero. Già qualcun altro, ben prima di me, ci aveva provato contro questi stupidissimi mulini e aveva perso. Chi mi credo di essere a pensare di poter vincere?
North Dakota.
Qui la terra è selvaggia, ti respinge e al contempo ti attrae. Affascina. Il cielo, poi, cambia, non è mai lo stesso. Viaggio da tre giorni e ho visto tre cieli diversi. Sei lì, guidi, alzi gli occhi e ti perdi a contemplare colori che nessuno sarebbe in grado di descrivere. Oddio, ci si potrebbe provare, ma le parole riducono cose giganti come questi cieli a frasi minuscole e impersonali, che poi qualcuno ascolta o legge, ma senza riuscire a cogliere davvero la potenza di ciò che quelle parole portano con sé. E, quindi, fanculo. E’ meglio descrivere questi cieli come semplicemente belli, piuttosto che stare a cercare un modo per esprimere dei concetti che, comunque, non verrebbero compresi a pieno.
E’ buffo che uno scriva senza credere nelle parole, se ci pensate. Contraddittorio, se volete, ma , come scrisse Walt Whitman, mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico; sono vasto, contengo moltitudini.
Ecco, questa è una cosa che ha sempre mandato in bestia le persone. Come se tutto debba per forza essere bianco o nero, definito, stabilito. Preciso e ordinato. Che cazzo, perché precludersi l’opportunità di stupirsi andando a definire ogni singolo particolare di ciò che si osserva? Perché usare il navigatore, quando sai che, per andare a Ovest, ti basta andare a Ovest? Il concetto è questo: se sai dove vuoi andare, dove stai andando, cosa pensi, definire le tappe e le strade è una cosa del tutto superflua; definire le tappe e le strade è un’azione che svilisce il viaggio stesso. Cosa mi importa, poi, di dove finirà il viaggio? Se ci pensassi, mi rovinerei il viaggio mentre questo accade. Se ci pensassi, non noterei i filari di alberi ai lati della strada, questi cieli, i tre colori diversi che il sole assume durante il tramonto, man mano che si avvicina all’orizzonte. Ne ho viste troppe, davvero troppe, di persone che si sfanculavano i viaggi perché erano troppo concentrate sulla destinazione. Fanculo le destinazioni, e le mappe, e i navigatori, e il bisogno di sapere sempre tutto. Fanculo la teoria, le supposizioni, le ipotesi. Solo quello che accade nel presente è reale, tutto il resto non esiste. Non esiste e non è detto che esisterà. E rovinarsi una cosa reale in nome di qualcosa che potenzialmente potrebbe esserlo, ecco, mi sembra quantomeno stupido. O triste. O frutto di quella responsabilità fallace dettata dal meno male che si cresce.
Meno male un cazzo. Un sacco di persone che meno male sono cresciute, adesso si trascinano tra un dovere e l’altro. Come se non gli fosse rimasto altro. E dove sta, esattamente, il meno male?
Io, non lo so, ma tutte le sante volte che ho detto questa cosa posso farla domani, o un altro giorno, poi non l’ho fatta mai più. Certo, le cose frivole, starete pensando. E invece mi riferisco, ad esempio, a una sceneggiatura accantonata per preparare un esame. Posso farla dopo aver dato l’esame. Non ne ho più avuto occasione, perché nel mentre l’aveva scritta un altro. Perché, ammettendo che il dovere viene prima, non è che il mondo aspetta che noi assolviamo i nostri doveri. E, cazzo, non sto dicendo che allora bisogna non fare niente. Sto dicendo che, per non morire, sarebbe opportuno fare entrambe le cose. Scrivere la sceneggiatura, preparare l’esame. Ne verrebbe meno il sonno, ma penso che il guadagno in pienezza e soddisfazione umana sia incomparabile rispetto a un paio d’occhiaie.
Non lo so, ma perché lasciarsi sovradeterminare dagli avvenimenti, rinunciando al proprio diritto d’essere sereni, per rispettare solo gli obblighi e non i piaceri e poi lamentarsi – e cazzo quant’è fastidioso! – perché non ho mai un attimo per me?
Ma non è che dobbiate stare poi troppo ad ascoltarmi. Non è che, poi, io abbia ragione. E nemmeno la voglio, ad essere sinceri.
Io voglio solo ritardare il più possibile il momento della mia morte, che arriva in due circostanze: nel fisico, alla fine di tutto, e nella mente, quando inizi a fare solo che quello che devi, riducendo quello che vuoi a un eterno domani che non arriverà mai più, diventando un buco grande quanto l’insoddisfazione, che ti fa ingrassare, odiare i giovani e fondamentalmente rimpiangere i giorni in cui riuscivi a fare tardi e, comunque, svolgere tutti i tuoi obblighi.
Da quando sono entrato in North Dakota, questa è l’unica verità che assumo per vera.

The Gaslight Anthem “Blue Jeans And White T-Shirst”

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