L’anima non conta

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Le canzoni sono stronze, sopratutto se inizi ad ascoltarle in modo disinteressato e poi scopri che ti dicono cose particolari, che si infilano piano sottopelle e toccano zone che non dovrebbero venire toccate.
Era da un po’ che cercavo di scrivere questo e – comunque – so che non verrà bene come vorrei. Come già ho detto, non ho più la stessa penna. L’inchiostro che scivola sulla carta è sempre bello, la carta ha sempre quell’odore un po’ di casa, un po’ di dolore, un po’ di posti in cui ti sembra d’essere stato senza mai averci messo piede, ma le parole che ci si tingono sopra non sono le stesse.
Qualcosa è cambiato. Tutto è cambiato.

Non so dire se in meglio o in peggio, di certo c’è questo retrogusto un po’ dolceamaro, tipico delle cose che, sì, ti piacciono e non ti convincono mai del tutto. C’è sempre una parte che manca. C’è sempre qualcosa che si è costretti a ricordare per poter rendere completo ciò che si sta guardando.
Siamo una generazione che è costretta dagli eventi a delegare la propria felicità alle foto. Guardiamo le foto, ricordiamo i momenti, amplifichiamo mancanze e proseguiamo sorridenti, come se tutto fosse veramente bellissimo.
La desolante sensazione è che, avanzando, si perda ogni volta un pezzo. E io, ogni volta che un momento passa, divento triste: so che, anche se potrà tornare, non sarà mai come è appena stato ora, cinque secondi fa, un attimo fa.
Certo, si chiama crescere e tutti ci sono passati. Però credo anche che il tempo non sia mai stato un concetto tanto fluido come in questa maledetta seconda decade del nuovo millennio. Il tempo, i rapporti, le parole, le persone. Tutto va a velocità doppia, le informazioni sono in tempo reale e ne veniamo bombardati al punto che, in certi momenti, uno è bravo se riesce a ricordarsi cosa pensa davvero. Solo che, quando ti dimentichi cosa pensi, sia un secondo, dieci minuti, due ore o sette giorni, perdi una parte di te. Per sempre.
Siamo contenitori che si stanno sgretolando dall’interno e alcuni di noi sono già vuoti. Te ne accorgi, quando li guardi, che non si ricordano più chi erano quando sono partiti. Ne rimane una pallida ombra, una proiezione astratta, una cosa che riesci a recuperare solo, appunto, se guardi le foto.

Ed è un qualcosa che lascia un ampio senso di vuoto, che crea una fobia da spazi aperti: ti trovi nel deserto senza possibilità di orientarti e ti manca anche l’aria. Ti manca la serotonina.
E improvvisamente ti mancano tutti quei piccoli e impercettibili momenti che contribuiscono alla creazione di una lunga narrazione di felicità.
Massaggiare un paio di dita addormentate dal freddo, esprimere con una frase emblematica un senso di disagio diffuso, rompere un tergicristallo mentre si cerca di ripararlo. Cose così, insignificanti.
Insignificanti come la felicità, finché non realizzi quali sono le cose che la creano.

[ The Zen Circus “L’Anima Non Conta”]

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