The A-Team: il freddo, il divano e il caffè

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Faceva un freddo fottuto in quella stazione, ecco cosa mi ricordo.
Camminava verso di me avvolta in una sciarpa di lana a maglia grossa, il viso era coperto fino alla metà del suo naso egizio. I suoi occhi azzurri sbucavano con prepotenza e i ricci neri ci cadevano sopra a cascata. Ricci neri che ondeggiavano, suegiù suegiù, col cadenzare del passo. Probabilmente stava sorridendo, ma la bocca non si vedeva.
Quando mi è arrivata davanti mi ha pizzicato il naso, ecco cosa mi ricordo.
La sua mano era liscia e fredda come niente lo è più stato e restava nella mia con noncuranza, come se non fosse lì. Sapevo che stavamo camminando manonellamano ma era come se non ci fosse alcun contatto. Non ero solo e al contempo percepivo un grande vuoto.

“Al binario tre c’è la coincidenza” mi disse e io annuii.
“A cosa stai pensando?” mi chiese subito dopo.
Lei mi chiedeva sempre a cosa stessi pensando, ecco cosa mi ricordo.

Il mare d’inverno mi è sempre piaciuto, forse perché vedere una cosa in cui ti vuoi buttare, senza poterlo fare, è un paradosso che in fondo diverte. Un’attrazione che devi limitare per cause di forza maggiore, ma non per tua volontà. Credo sia bello perché è deresponsabilizzante e io guardavo questa immensa scusa liquida da dietro il vetro del treno: la schiuma, le onde rotte sugli scogli, il colore grigio del cielo sull’acqua, la terra capovolta. Aveva la sua testa appoggiata sulla mia spalla destra: quando non guardavo le onde fuori, guardavo lei dormire dentro e, come ogni volta, avevo paura che non si svegliasse più.
Quando lei dormiva non dava mai l’impressione di potersi risvegliare, ecco cosa mi ricordo.

“Siamo arrivati” la svegliai baciandole la fronte.
“Ho fatto un sogno bellissimo” mi guardò negli occhi.
Quando non faceva dei bei sogni non me lo diceva mai, ecco cosa mi ricordo.

Dal divano giallo si potevano vedere, senza girare la testa, sia i fornelli della cucina che il panorama. Io stavo seduto lì sopra, il posacenere blu sulla mia coscia destra, e facevo rimbalzare lo sguardo tra il mare dello stesso colore del cielo e lei che preparava il caffè senza fare rumore.
Lei non faceva mai rumore, ecco cosa mi ricordo.
Giocando col mio cristallino, passavo dal mettere a fuoco gli alberi, fuori, mossi dal vento, al mettere a fuoco la mia figura riflessa nel vetro. Mi fissavo, mi facevo domande cui puntualmente non rispondevo, sbuffavo fumo grigioblu dal naso e poi osservavo lei, mi lasciavo avvolgere dall’odore di caffè che si stava sciogliendo nella casa.
Quando lei faceva il caffè, si espandeva un profumo che non ho più riassaporato, ecco cosa mi ricordo.
Fuori era quasi buio e in casa la luce non era accesa. Solo il fuoco dei fornelli faceva da lumino a delle forme impercettibili tutto in torno. La luce dei fornelli e il rosso della mia sigaretta che lampeggiava a intermittenza. Stavamo spesso così, come se non ci importasse vederci, ma solo percepirci.
Venne verso di me come se lo stesse facendo per caso, spostò il posacenere e mi baciò.
Tutto nella stanza sapeva di caffè e le sue labbra sapevano di pesca. Sapevano sempre di pesca.

“Sei felice?” mi chiese e io annuii senza parlare, sapendo che riusciva comunque a vedermi.
“Comunque sono sempre io baciarti per prima” disse poi dal mio petto.
Io la strinsi forte.
Era sempre lei a baciarmi per prima, ecco cosa mi ricordo.

 

 

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