Make Do And Mend: Begging For The Sun To Go Down – Dormire Su

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Scrivo anche di giorno, scrivo con la musica, scrivo sulla musica. Sovrascritture, sottostrutture, niente strutture. Ampio in suoni ampi, vasto nella vastità, viaggiatore nel viaggio.
Torno? Non torno?
Così in alto che vedi fin là, fino alla sabbia rossa dell’Arizona e in su, fino al Montana, fino ai laghi che si specchiano nel cielo, colorandolo. Il fumo delle segherie che scivola in alto, rimbalza sull’acqua, è sopra e sotto in immagini dipendenti, prese tra due specchi.
Il freddo intorno e il calore dentro, ossimoro in movimento e forse è troppo, o forse non è abbastanza, o forse non è tutto, o forse non siamo ancora in possesso delle parole adatte per vestire quello che portiamo addosso.
Parole fuori, in modo semplice, vengono da sole e senza provenienza: non so cosa dico, non so quel che dico. Come in Pasto Nudo, ma senza puntini di sospensione, senza tutta quella sospensione, senza tutta quella sospesa distanza dal reale.
E il reale, così realista, così lealista, che vola come l’aquila tra sbuffi di panna, che ci si porta addosso, avvolgendo il torace in un gerundio rosso tranquillo e verde sicuro, ma forse anche un po’ blu ferito, ma di un ferito già guarito, di quello cui pensi senza poi doverne piangere.
E io così, giuro, non scrivevo da due secoli, o tre millenni, qualche anno: così fluido nel fluire veloce delle mie immagini non ci sono mai più stato: avevo i capelli lunghi, pochissima barba, non bevevo ancora e credevo si potessero usare due volte i due punti, due volte due punti, due volte le cose belle, sempre le stesse, mai diverse, mai con persone diverse e dormire sulle persone riverse, o sedute, o anche in piedi, ma dormire sulle persone, che è diverso dal dormire con le persone: perché dormire su è più forte di dormire con, perché sei più vicino e io forse non mi sono più avvicinato a nessuno, almeno da due secoli, o tre millenni, qualche anno e forse ora dormirei su, senza pensarci, d’istinto, come viene e perché viene e questo periodo non lo vorrei chiudere, ma espandere, riempire di parole fino a farlo esplodere, farlo diventare vasto come vasto sono io, vasto come il vespertino sulla neve o la neve vespertina, che sono due cose diverse, due concetti di versi, e io continuo, non mi fermo, sarò lungo e, davvero, un periodo così articolato, sgrammaticato, sconclusionato non lo scrivevo, davvero, che saranno, davvero, due secoli, o tre millenni, qualche anno.
E faccio come una volta: mi alzo, passeggio, guardo intorno, poi torno, mi siedo, aggiungo le righe, allungo la stele, dipano i pensieri e sono in pausa pranzo, avevo fame, non mangio dal pranzo di ieri e me ne sono scordato ed è una cosa che pensavo appartenesse ad un’altra vita, un altro tempo, come il ritmo, questo ritmo, questo incedere, questo succedere: vedo le immagini dopo le parole, vedo le immagini grazie alle parole, le immagini nelle parole e ritorno a William quando dice “ricordate, ogni parola è un’immagine” ed è ancora Pasto Nudo, questo è un Pasto Nudo e io non avevo capito, fin’ora, cosa fosse, in cosa stesse, cosa comportasse pasteggiare così, nudi, senza struttura, sottostruttura, sovrascrittura.
Che forse sono esametri, forse non conto, forse abbiamo già detto che facile non è semplice, che semplice vale di più, che tutto è così semplice e brilla di luce e oro, steso nel sole d’Aprile a Ottobre e che domani non piove, o se piove avremo un ombrello, o una palandrana, o una cerata, una certa sicurezza di potersi non ammalare, questa volta, sotto questa volta, con le stelle offuscate dalla luce di luna piena e il freddo sicuro e la notte che non ci lascia andare a dormire.
Finché non dormiremo su, senza dormire con, e tutto questo sonno sarà cancellato, inanellato in un paesaggio innevato, e dentro farà caldo e fuori freddo, ci sarà una coperta e dormiremo su e pregheremo perché il sole scenda in fretta.
Per dormire su.

 

[Make Do And Mend “Begging For The Sun To Go Down”]

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