Disorder: divisione della gioia che gioia non era


Dei Joy Division mi ha sempre fatto impazzire la linea di basso e, tra tutte, sto pensando a Transmission e Atmosphere. Poi va da sé che la voce di Curtis faceva il resto, e anche i testi, e anche la chitarra graffiata, ché non erano note, ma graffi, che nessuno ha mai notato i graffi, ma ci sono sempre stati.

Io ci volevo dormire, su questo basso di pongo, un pomeriggio d’un po’ d’anni fa, ché pensavo ad un po’ di cose e avevo tanto sonno e volevo solo dormire e non ci riuscivo. E, vaffanculo, se sembra che scriva come Holden – che poi è Salinger – è proprio così che deve essere, perché trovo triste prendersi troppo sul serio per non dirsi mai nulla, ché alla fine parli con la gente e senti solo blablabla. Voglio dire, tolti quelli con cui riesci a dormire dopo un periodo incredibilmente lungo di non riposo, tolti quelli con cui finisce sempre che ci fai le quattro del mattino, tolti quelli che stai solo aspettando decidano di potersi sfogare, ecco, tolte queste poche persone il resto è blablabla e, no, non sono più fantastico di voi, è che non vi capisco. Non capisco cosa abbiate da parlare, di cosa dobbiate parlare senza mai dire nulla.

Disordine, la divisione della gioia che gioia non era, vorrei essere Ian Curtis e muovermi roboticamente e a scatti mentre ballo sul palco. Vorrei essere la crisi epilettica di Ian Curtis per veder cosa si prova, come ci si sente ad essere uno dei motivi del suicidio di Ian Curtis. Non di chiunque, solo di Ian Curtis, che era un ragazzino e aveva una voce da anziano baritono e per questo a nessuno viene mai in mente che fosse davvero un ragazzino. Così triste e così ragazzino: incredibile, se ci si pensa un attimo.

Era da tantissimo tempo che non mi veniva la sindrome dello scribacchino, che non scrivevo due pezzi in un giorno, di cui il secondo ancora più merdoso del primo. Sono solo esercizi di stile, le cose importanti ormai le dico a voce e me ne rallegro e credo se ne rallegrino anche coloro che le sentono. O almeno così io spero.

La divisione della gioia: non ho mai capito se fosse ironia, o se ci credesse davvero, ché Cristo santissimo Curtis aveva la pioggia nell’anima e ha chiamato un gruppo Joy Division. Pensa avesse sofferto di depressione che nome avrebbe scelto. Sì, ora sono ingiusto, ma tant’è.

Divisione della gioia, basso di pongo e chitarra graffiata: mi sdraivo sui muretti, chiudevo gli occhi e immaginavo, chessò, di ballare  Malibu tenendo stretto qualcuno che, all’epoca, non potevo conoscere. Mi avessero detto che, a tanti anni da quel giorno, sarebbe successo, me ne sarei andato lasciando dietro di me un vibrante mavvaffanculovanontirarmiinmezzo.

Invece poi è successo e, non so, cosa si dice in questi casi? Ve lo dico io: niente. In mezzo a tutti questi  blablabla, l’unica cosa da fare è tenersi stretta questa cosa e sperare duri più a lungo possibile. Ché, almeno una volta, qualcosa potrà andare per il verso giusto, no?

Disordine, la divisione della gioia, basso di pongo e un sacco di graffi. Ma no, almeno oggi non bruciano più.
[Joy Division “Disorder”]

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