Deep Water, Perfect Darkness – Mettersi gli auricolari e ricevere una tazza

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Premessa: nuovo stile, la sintassi non abita più qui.

E’ come con la musica, credo: è fondamentale l’attacco e, finché non ce l’hai, non vai da nessuna parte. Non parti. Non vai. Non funzioni.
E’ una funzione, in fondo, ci sono i fattori e i fattori sono fondamentali: i fattori coltivano, i fattori producono, un rapporto di fattori porta sempre un risultato. E di matematica non ho mai capito nulla, quindi è probabile abbia detto una stronzata – sicuramente l’avrò detta – però va bene uguale e vado a vanti, non mi fermo, ho trovato l’attacco e non mi fermo, ho trovato l’attracco e mi ci fermo.

Ti regalano le tazze, qui in mezzo, all’improvviso e totalmente a gratis e, sì, cioè, rimani stupito e un po’ ti commuovi e un po’ non hai parole e un po’ non te l’aspettavi, che poi non ti aspetti mai niente, tant’è, che poi non aspettavi niente, tant’è, che poi non ci eri andato per aspettarti qualcosa. E invece.

Ti regalano le tazze, qui in mezzo, e con le tazze i sorrisi e, tutti lo sappiamo, oggi giorno regalare un sorriso è un gesto di altruismo, dico, regalare un sorriso senza aspettarsene uno in cambio, dico, regalare qualcosa un po’ a fondo perduto, solo perché ci va di farlo, dico, fare qualcosa in modo spontaneo oggi giorno è attività caduta in disuso. Poi all’improvviso hai una tazza e, forse, devi rivedere alcune delle cose che pensavi e, forse, qualcuno ti ha preso al volo un attimo prima che ti schiantassi al suolo e, forse, tu sei riuscito a frenare di rimando la caduta di qualcuno d’altro, che è diverso dal concetto di qualcuno d’altri.

Ti regalano le tazze e un sacco di musica, le tazze e un sacco di riposo, le tazze e un sacco di parole e allora metti gli auricolari, così puoi gesticolare mentre parli, così hai le mani libere, così è molto più come essere nella stessa stanza, che poi nella stessa stanza ci si è già, anche se non fisicamente e, sì, cioè, è una cosa strana, ma strana bella e non strana brutta, strana forte e non strana costruita, strana vera e non strana raccontiamoci un sacco di storie. Strana ci prendiamo di peso a vicenda per pesare zero entrambi e non strana ci prendiamo per il culo per avere bisogno di un’altra favola con finale all’acido cianidrico.

Che poi si ha paura e forse è normale averla quando si riceve una tazza, quando si regala una tazza, quando ci si commuove per una tazza, che poi è un pezzo di porcellana, niente di che e però è tutto di che, tutto di te in una tazza per il tè.

Che poi si rimane col sonno addosso perché non si vorrebbe dormire mai, che poi si rimane con la presenza sulla pelle e non la si vorrebbe sentire mancare mai, che poi sempre più spesso si tende a pensare che bisognerebbe essere nello stesso luogo e non separati da aria, spazi, strade, caselli, ma in fondo va bene così, anche così, perché le pretese stanno a zero, come il peso, e la fretta lascia spazio a quello che si sa e difficilmente si può ormai ignorare.

E alla fine è meglio morire da vivi che da morti.
E alla fine, per una volta, vale la pena di poter stare in una cosa semplice e non in qualcosa di facile, o in cui ci sia da versare sangue in anticipo, perdere tempo a posteriori, leccarsi ferite auto procurate.

Alla fine, se il rischio è quello di cadere e farsi male, è meglio correrlo per qualcosa che ha iniziato a valerne la pena senza che nessuno se ne dovesse convincere a priori.
Alla fine una tazza regalata è un gigantesco ne vale la pena.

 

[Fink “Perfect Darkness]

 

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