Del nostro tempo rubato – rimanersi addosso

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Ho veramente pochissimo tempo, perché voglio andare a fare una cosa e quindi devo finire entro dieci minuti e straccio le regole e fumo dentro. Una volta, una sola.

Prendersi un attimo prima del burrone, a pensarci, non è una cosa banale. Prendersi un attimo prima del burrone, in modo inconsapevole – a metà tra l’incoscienza e la leggerezza – e trovarsi poi in cucina, col formaggio e un calice di vino, e realizzarlo guardandosi negli occhi. Ci siamo presi al volo? Sì ci siamo presi al volo. Puoi accostare un attimo la finestra? Certo.

Che, poi, per tutte le cose in cui il lirismo ha fatto da padrone, ce n’è adesso una in cui i suoni sono graffianti, veloci e le immagini sfuocate, rubate e tutto rimane addosso senza che nessuno debba indossarlo. Un segno, un’impressione, una reazione di sviluppo della carta fotografica: immersione, attesa, asciugatura e si ottiene un’immagine, un’immagine che resta. Un’immagine che è come è, senza tutta quella struttura di finto benessere, falso splendore, quella truffa legalizzata del nascondere l’odore di merda sotto sorrisi puliti, occhi truccati, cicatrici coperte. Vieni qui? Arrivo subito. Perché dormiamo così tanto? Perché adesso possiamo.

Che poi è un dialogo che sembra non finire mai: si dice una cosa, ne si ascolta un’altra, si aggiunge un particolare, poi un altro, un altro ancora, fino ad arrivare ad una narrazione a quattro mani, senza che nessuno debba inventarsi le storie anche per gli altri. Sangue in parti uguali, sacche con numero di serie stampigliato e con lo stesso peso, per terra nei bagni, comprando la diavolina al brico, al telefono distanti trecento chilometri, nei momenti di follia dentro a un letto che c’eri ma non c’eri e ho avuto tanta paura lo so, cazzo, lo so, mi spiace.

Che potrebbe benissimo essere Londra ’77, o Seattle ’93 o anche semplicemente Italia ’16, ma in fondo non conta il tempo, o lo spazio, perché la sensazione di contatto sulla pelle che rimane, la scia di odore che così davvero non avevo mai sentito, questa sensazione d’aversi addosso cancella un po’ tutti i bisogni stantii di contestualizzare in schemi canonici ciò che accade. Che, è vero, accade nel reale, ma poi va al di là. Ma poi diventa che quindi stiamo attraversando il Wyoming in direzione Seattle?

Che poi diventa un restituirsi il tempo che è stato rubato, tutte le cose che si sono un po’ perse, che si aveva paura di rifare o anche solo di fare o anche solo di lasciarsele fare. Tipo pane burro e marmellata, tipo le foto a colori in bianco e nero fuori fuoco perfettamente a fuoco, tipo le carezze sulla nuca, tipo dormire sui petti degli altri, tipo semplicemente dormire, tipo sentirsi dire buongiorno, tipo il tè, ma anche solo tipo te, tipo gli occhi grandi, le gambe forti. Tipo tu.
Che poi diventa un grazie a caratteri cubitali, che vorrei appendere lassù, in alto, dove tutti possano vederlo. Che poi, anche se non lo vedono, a me basta lo veda tu, ché sei tu, alla fine, che lo devi leggere. Perché è per te, e per nessun altro.

E io adesso ho finito, devo andare. Poi torno. Ciao.

 

[Perturbazione “Del Nostro Tempo Rubato”]

 

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