Divided Loyalty -Storia d’un killer decadente

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Il lavoro è una roba semplice, di quelle entri, ammazzi, esci e per te, che sei un esperto del settore, è una pura formalità. Il bersaglio è uno dei tuoi preferiti, di quelli che non ti danno troppi patemi ad ammazzarli: il classico squalo la cui fortuna economica è da ricercare nelle schiene spezzate dei suoi lavoratori pagati una miseria e nei polmoni sfibrati per gli impianti non a norma degli stabilimenti, in poche parole il personaggio perfetto dei tempi moderni: definito filantropo per aver dato lavoro a migliaia di persone, acclamato sui rotocalchi, bel sorriso e denti puliti, uno dei grandi imprenditori cui si ispirano le frange più liberal e democratiche di questo putrido paese, che sta alla provincia del mondo occidentale e gioca ad esserne il fulcro. Ovviamente chi ti ha commissionato il lavoro non è spinto da giustizia sociale, ma da altri interessi economici, ché alla fine è il soldo che governa il mondo e sono solo i soldi a far muovere le coscienze, le persone. Tu stesso, alla fine, fai quello che fai perché ti pagano e ti pagano bene. Senza spinte morali di sorta, ideali o idee: sono tutte cose, queste, che lasci a chi ancora riesce ad illudersi che i sistemi possano essere cambiati, mutati, rivoluzionati. Tu ammazzi la gente e lo fai per soldi. Ammazzeresti tua madre, ti pagassero abbastanza.

Il salone dove si tiene la festa, una di quelle feste di beneficenza che vengono buone agli affamatori per lavarsi la coscienza, è ampio, con grandi lampadari dorati che spiovono dal soffitto, moquette rossa e gialla ovunque e ti chiedi come possa esistere un luogo così pacchiano, di così poco gusto, fastidioso alla vista. Da un angolo che possa permetterti di osservare tutta la sala con un solo colpo d’occhio, ti soffermi sui sorrisi falsi, sull’ostentazione di felicità costruite, sui discorsi di circostanza che amplificano i vuoti e speri di riuscire a trovarlo in fretta, il tuo bersaglio, perché ti sta balenando in testa l’idea di ammazzarli tutti, questi stronzi, e rendere il mondo un po’ più pulito. Come non ti capitava da tempo immemore, ti sei messo a pensare ai cassa integrati, agli scioperanti, a quelli che non riescono ad arrivare a fine mese e mentalmente stai pensando a quanti proiettili ci siano nella tua pistola, qui dentro, tra bottiglie di champagne e portate di caviale e bottiglie di vino che un dipendente di fabbrica non si potrebbe permettere nemmeno con due mesi di stipendio. Come non ti succedeva da un sacco di tempo, sei schifato a un livello così intimo da non riuscire a spiegarlo e pensi a dove stia la giustizia, in un mondo in cui lo iato tra ricchi e poveri si fa sempre più ampio e il lavoratore che si lamenta d’uno stipendio da fame è solo un ingrato, che è già tanto se il padrone, mentre si gode profitti e plusvalore, gli concede un’esigua fetta dell’intero malloppo. Pensi ai ragazzi neo assunti che lavorano 14 ore per stipendi forfettari, o agli stagisti che fanno il lavoro di tre persone per 200 euro di buoni pasto, o agli operai che si vedono esternalizzare il lavoro perché da altre parti costa meno e pensi che tutte queste persone, dalle aziende, sono viste solo come numeri, non come vite: sono ventimila esuberi, o duecento mila euro di spesa, sono oggetti, materiale per la produzione al pari di carta da fotocopiatrice e penne a sfera. Poi guardi davanti a te, osservi tutte queste teste di cazzo in abiti firmati che ridono, si ingozzano, si vantano d’aver fatturato più di qualcun altro e, ogni volta che senti la parola fatturato, pensi a quanto poco di quella fetta vada a chi davvero quel fatturato lo produce. E ti chiedi dove sia la giustizia in tutto ciò e cerchi di non pensarci, perché sei lì per altro e queste cose ormai non ti riguardano.

Calmi i nervi al bar con un ottimo Cognac, senza perdere di vista il salone: non hai ancora trovato il bersaglio e stai seriamente rischiando di perdere la pazienza. Vuoi uscire di qui il prima possibile, quasi vorresti non esserci entrato, non fosse per il compenso a sei zeri che ti è stato promesso. Quando lo vedi non sai cosa ti scatti dentro, forse il tuo background, forse la voglia di finirla in fretta, senza aspettare che sia isolato, senza fingere un incidente. O forse vuoi solo punirli tutti, terrorizzarli, restituirgli la paura che loro regalano tutti i giorni alla gente che vive fuori di lì: paura di non poter avere un futuro, di non arrivare a fine mese, di non riuscire a pagare le tasse, le rate, il mutuo. Quel senso di incertezza che hanno tutte le persone che non possono comprarsi la felicità, o donare due spicci in beneficenza per lavarsi la coscienza. Il tuo passo è svelto e felpato, ti avvicini come fluttuando sul pavimento, senza rumore, senza gesti bruschi. Il tuo corpo è morbido, sembri un ballerino, un ballerino che balla la danza della morte. Il gesto è senza interruzione: stoppi il passo sul piede destro e fai scivolare il braccio in avanti in un movimento continuo, lo guardi in faccia senza dire niente, un colpo solo, bam!, alla testa. Si affloscia come un sacco di patate, si accartoccia a terra senza vita in una posizione orrenda, gli occhi sbarrati e il sangue che si allarga a pozza sulla moquette. La gente urla, le mani alle tempie, nessuno prova a fermarti, nessuno si aspettava potesse succedere una cosa simile. Esci come sei entrato, dalla porta d’ingresso, con l’arma ancora in mano e il cuore che batte un ritmo impressionante. Non ti volti mai, non ti assicuri che sia morto perché non ce n’è bisogno. Quando sali in macchina, accendi la consueta sigaretta per alleviare la tensione e ti scappa un sorriso tra l’amaro e il divertito: questa volta dei soldi non ti importa più di tanto, per trenta secondi pensi quasi di rinunciare al compenso, anche se sai che non lo farai. Metti in moto, parti, sbuffando fumo nero contro la tua immagine riflessa nello specchietto, pensando all’inquietante fatto che, forse, per una volta hai ucciso mosso dalle tue idee, piuttosto che dalla promessa d’un compenso.
Sorridi di nuovo: per tutto c’è una prima volta.

 

[College “Divided Loyalty”]

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