How I Became The Bomb – Ulay Oh, guardarsi i polsi

Il parafrasare, adesso, non m’appartiene e mi muovo sconclusionato galleggiando tra le righe, rigettando la punteggiatura, rinnegando la sintassi, in stile spigoloso spezzettato e scarno. Con la rabbia che cola dalle pareti, madide di silenzi, intrise di non detti, con urla squillanti che ci rimbalzano e rimbombano sopra, attraverso e tutto intorno. La rabbia, che cola dalle pareti, e colando si porta dietro il vuoto, in un veloce dipanarsi di buchi neri e spasmi emozionali: ora freddo, ora caldo. La sensazione è quella di dover aggiungere qualcosa, ma le parole giuste se ne stanno asserragliate sulle alture del mutismo e guardano dall’alto e non ci stanno a farsi prendere e tu vorresti essere Rimbaud a Parigi o Withman a New York e dimenticare strade e volti, voci e parole. Che poi un volto te lo ricordi e quello forse non t’andrebbe di scordarlo: il volto, i suoi occhi grandi, il naso un po’ ricurvo che si dice ne manchi un pezzo. Che vorresti liberare un oceano di parole, con la risacca delle onde che si mangia ogni volta un pezzo di silenzi, riportando un pezzo di discorso, un pezzo alla volta di tutti i discorsi abortiti senza motivo, senza causa, sempre con effetto. Ma è tardi, il sole scalpita per sfondare d’abitudine il buio della notte, il senso degli spazi. Che la rabbia si sfuoca guardando i polsi e la coperta è calda, il materasso ha la mia forma, la mia forma pervasa dal sonno si fa fluida. E, senza digrignare i denti, è il momento di andare, pensando agli occhi grandi e a tutto quello che negli occhi grandi, dagli occhi grandi, per gli occhi grandi fluisce. Che non è una cosa che è stata decisa a tavolino, e per questo non è una pallida imitazione di vita, ma qualcosa che esiste, che ha iniziato ad esistere senza che nessuno abbia dovuto crearla, o inventarsela.

[How I Became The Bomb “Ulay Oh”]

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