To The North – Chicago 1957 negli occhi

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Tu dici d’essere brutta, ma non ti rendi conto di come ti muovi all’interno d’una stanza, di come tu riesca ad occupare lo spazio senza mai ingombrarlo, in modo così leggero da farti notare per forza di cose in un mondo che ha fatto della grossolanità il proprio marchio di fabbrica. Dici di essere brutta mentre, di profilo, ti sfiori la guancia con la mano destra, guardando assorta verso il pavimento e, se venissi immortalata in bianco e nero, potresti stare sulle pagine di Life di Giugno ’63 e invece sei qui, senza tempo, e io ti guardo dire d’essere brutta e poi dire che hai una brutta pelle, ma la tua pelle è liscia e io lo so perché l’ho toccata e ci sono stato, lì, tra la clavicola e il collo dove, a morirci, non ci sarebbe nulla da recriminare.
Dici d’essere brutta e io penso alle tue gambe lunghe, sottili e forti e alle tue mani, affusolate, che danno la strasanta sensazione d’essere tenuto, che quando stringono la presa fugano qualunque paura di poter cadere e penso ai tuoi occhi, grandi, che cambiano luce a seconda del sole, del tempo, del tuo umore e che, quando t’illumini all’improvviso, diventano ancora più ampi, più vasti e io ho difficoltà a seguire i discorsi, perché uno sguardo così non credo d’averlo mai visto, o forse non credo d’essere mai stato guardato così, ché quando mi guardi mi dai l’esatta sensazione di vedermi davvero per come sono e non di vedere solo quello che vuoi, o che decidi, o che credi. E tu dici d’essere brutta e ti rivedo mentre tagli le zucchine senza fare rumore e fai saltare il soffritto e poi mi sorprendi con un entusiasmo prorompente, parlando con la voce dei bimbi, e io me ne sto appoggiato con la spalla al frigorifero e mi viene in mente il discorso delle grandi bacheche di vetro di Holden e vorrei congelare il momento, tenermelo stretto senza farlo passare e poi penso a te mentre balli, da sola e con me, a come sorridi e a come ti liberi in una risata avvolgente, a come il tuo viso prenda una luce calda quando ridi divertita, al modo tutto tuo di portare le mani giunte davanti alla bocca, quando ti pieghi leggermente in avanti mentre lasci fluire tutta la risata. Penso a come gli angoli degli occhi scendano verso il basso quando sei triste, a come si ritirano gli zigomi, che stai rannicchiata e guardi verso in giù, o verso sinistra e parli a te stessa, più che agli altri.
E tu dici d’essere brutta e io penso che di tante persone dimenticabili si possa dire che siano belle, ma solo di poche che si notano e tu rientri nella seconda categoria, perché a vederti senza conoscerti in un locale pieno di gente, ad osservare come porti il calice alle labbra, io scorderei un sacco di cose di quel posto, ma non te.
Perché non sei solo bella, tu sei bella per un motivo, per tanti motivi, e questa cosa rafforza il concetto, lo rende più efficace. Ti rende possibile essere tra i personaggi principali di una storia qualunque di Chandler, o di poter evocare l’inverno del 1957 a Chicago, con Duke Ellington che si esibisce one night only, i trench, le buick e tu che fumi una sigaretta a filtro lungo attraverso i tuoi guanti neri. E di quante altre persone si potrebbe dire lo stesso? Io non credo siano molte.
E ti ascolto dire che sei brutta e allora penso che, se tu sei brutta, vuol dire che al mondo non è rimasto niente di bello.

 

[Matthew And The Atlas “To The North”]

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