Stanze Vuote – Scarsamente a Carrie Fisher

Stanze vuote, alkaselzer e pasticcini, per caso ricordi che parola t’è morta in gola? Componiamo, senza colpo ferire, un esercizio di stile, senza dire nulla, usando le parole solo per il suono che propagano. Nell’aria, se leggete a voce alta, o nella vostra mente, se non avete un pubblico per esibirvi. Scandite col diaframma, adesso siete a teatro, sceglietevi il personaggio e portatelo fino in fondo. La punteggiatura non segue la grammatica, ma i tempi della recitazione: al punto prendete fiato, alla virgola scandite cadenzando. La giusta interpretazione sta in quanto trasmettete, non in come interpretate. Eduardo De Filippo chiosa dalle quinte, immaginatene il tono, il fare scanzonato. Se siete abbastanza bravi arriverete a emozionare, se invece siete scarsi vi commuoverete solo voi.

Distinzioni sottili, condivisione e individualismo. Distinzioni celate, didascaliche spiegazioni e postmoderne esposizioni. Il bello del poter dire, è che si può dire in tanti modi. Se conoscete un modo solo, v’è sfuggito qualcosa. Se rifiutate gli altri modi, parlate solo a voi stessi. Occhio di bue, sgabello, luce bianca: quel rumore che rimbomba è il vostro passo sulla platea. Se non avete paura, tornate indietro. Se non avete il dubbio di potervi sbagliare, non fatelo. Se non siete disposti a fallire, chiedevi per cosa avete preparato la parte: per uno scialbo successo o per la sorpresa dell’applauso?

Stanze vuote, auditorio e spazi bui. Stringhe a inchiostro nero su pagine ingiallite, sipario rosso chiuso e aperto da fune polverosa. Nel vestito migliore l’attore offre il suo fantastico. Lo guardate ammaliati, rapiti dai suoi gesti. E ogni volta che ridete, fateci caso, lui non ride mai con voi.

[Scarsamente a Carrie Fisher, Principessa Leia]

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