Don’t Tear Us Apart

Brucia, tutto brucia alla fine della storia e i sanpietrini di Parigi ancora lo raccontano, se in boulevard LaFayette ti chini e posi l’orecchio sulla strada. Lo sanno anche i mattoni di Berkeley, i portici di Bologna, i vicoli di Genova.

Brucia, tutto brucia alla fine della storia e questo non è un male, ma una naturale conseguenza, la differenza che passa tra stare ad aspettare ed intervenire attivamente, autodeterminarsi e lasciarsi sovradeterminare.

Brucia, tutto brucia alla fine della storia e ogni cosa è cosa politica, non volerlo accettare significa non voler distinguere, non volere schierarsi, non sapere da che parte stare. E non è questione di giusto o sbagliato, ma proprio di posto, di seggiola: questa o quell’altra, con tutte le responsabilità che ne conseguono.

Brucia, tutto brucia o deve bruciare alla fine della storia e non c’è relazione, matrimonio, figlio, famiglia o lavoro che vi potrà salvare dal vuoto che sentite, se prima non decidete per cosa vi state battendo, per cosa spendete il vostro tempo, in quale direzione state indirizzando le energie. I proiettili di Tambroni o la pazza libertà di Radio Alice? I film di Valentino Orsini o quelli di Paolo Sorrentino? Il vetriolo di Monicelli o la moderazione di Benigni?

Brucia, tutto brucia alla fine della storia e ogni cosa è racchiusa nell’immaginario che ci si porta appresso, ogni cosa sta in quanto si è disposti a rischiare per quell’immaginario. Se si è disposti ad assumersi la responsabilità di perdere, se si deve, o se si preferisce delegare ad altri l’onere, la fatica, senza mai perdere, ma senza mai veramente scegliere.

Brucia, tutto brucia alla fine della storia, ed è un tentativo di evasione impossibile da un mondo senza evasione possibile, una lotta impari contro immortali mulini a vento, qualcosa che sembra da pazzi, ma che invece sarebbe da pazzi non fare. Perché, se tutto deve bruciare, decidere il modo in cui le fiamme arderanno non è un aspetto, ma l’unica cosa che conta. Ed è per questo che, quando la guardo, lei è bellissima, per questo le sto accanto, per tutto questo. Per non bruciare tutto per lei, ma con lei, perché la questione non è scegliere da chi farsi salvare, o chi salvare, ma decidere con chi portare avanti la lotta, che è l’unica cosa che, da personale, può diventare collettiva, o condivisa.

Brucia, tutto brucia alla fine della storia e brucia per amore, quello dei contadini del Chiapas per la loro terra, quello di Tupac Amaru per la sua gente, quello di Pancho Villa, Simon Bolivar, Quico Sabaté, Jules Bonnot. Tutta gente che ha perso, ma in modo nettamente diverso dal resto delle persone. Tutta gente che ha scelto. Tutta gente che ha amato, che ha odiato e ha fatto tutto ciò nel modo più sincero possibile, senza aspettare né delegare ad altri la propria libertà, la propria possibilità di evasione, la propria lotta. Guardo i suoi capelli grigi, le sue mani affusolate. È bellissima.

Tutto brucia. Non è questione di far riempire i vuoti alle persone, ma di combattere insieme alle persone affinché quei vuoti non esistano. Mai più, per nessuno, non solo per noi.
[Ad Argo, Irma e Silvio]

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