Mantles – Lana Avacada

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Fino a farsi sanguinare le orecchie, volume elevato fino alla lesione del timpano, come ghiaccio d’inverno isolante dal mondo.
Voci graffianti, rullanti veloci, la rapidità del suono che accompagna le immagini, dilatazione di spazi che riempiono i vuoti.
Coperta, conforto, fortino rifugio per non farsi trovare.
C’ero, non c’ero, distrazione e distruzione sullo stesso cuscino, lontano dal giorno, sotto la notte che sovrasta la luce.
Ci convinciamo di cose, ci convinciamo nelle case, lontani da noi stessi, da quello che vogliamo, intrisi di lavori che ci rubano i sorrisi, che indirizzano gli umori, che ci fottono la vita.
Furti bianchi, rapine legalizzate, gli anni migliori che passano stanchi, a rincorrere il sonno, ad inseguire i meriti, nella costante mancanza di soldi per il futuro, in un mondo materiale in cui sei quello che compri.
Senza sogni, senza mutuo, senza casa, pagando bollette alla nostra tristezza, tristezza indotta dall’essere viziati, che viziati non si è, sfruttati certamente.
Che non hai legami, che hai energie, che hai volontà, che hai le capacità.
E allora il tuo tempo deve essere impiegato alla produzione, di modo che tu possa non avere mai legami, di modo che tu dia tutte le tue energie e non ne rimangano per altro, di modo che, stanco, la tua unica volontà residua sia andare a letto a fine giornata e tu sia capace solo di produrre, lamentarti, produrre, perdere, produrre, morire d’ansia, produrre.
Il welfare emotivo è stato ribaltato, una generazione di depressi per mancanza di legami, una generazione di suicidi senza manifesto, manifestamente infelice.
Non è rimasto nulla, o non è rimasto molto, i pazzi sono quelli asserragliati nel fortino della loro serenità, i pazzi sono quelli che moriranno per primi.
Tirar tardi, fottersene, resistere.
Fino a farsi sanguinare le orecchie, volume elevato fino alla lesione del timpano, come ghiaccio d’inverno isolante dal mondo.
Avrete il mio corpo, il mio tempo.
Non la mia serenità.

[Mantles – Lana Avacada]

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