I Of The Mourning – 28

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Sembra non ci sia mai tempo per fermarsi a guardare indietro. Forse è così.
Alla fine, costretti o meno, si va sempre di corsa. Di corsa, o troppo distratti per curarsi del percorso. E’ così, presumo, che alcuni capita si perdano, altri arrivino molto lontano, altri ancora finiscano per fare solamente degli infiniti giri circolari.
Non starò qui a perdere tempo raccontando chi, cosa, dove, quando e perché. Questo non è il foglio giornale d’una vita e ho iniziato a trovare noioso il concetto in sé. Raccontare di continuo il passato, ciò che è accaduto, ciò che è successo. Il mio modesto parere è che, facendolo, si perde di vista quello che accade, col risultato di non rimanere davvero in nessun momento, nella fattispecie in quello presente, l’unico che davvero conti qualcosa.
Il passato e il futuro, in fin dei conti, non esistono allo stesso modo e in maniere diverse, se ci si pensa: non esistono allo stesso modo perché entrambi non ci sono, non esistono in maniere diverse perché il primo non torna più, il secondo non è ancora arrivato. Nel caso del futuro, poi, si potrebbe aggiungere che non esiste finché non diventa presente, il che fa del presente la variabile fondamentale per la determinazione del futuro. Estremizzando, si può dire anche che esiste il futuro solo se si resta costantemente nel presente, perché non sono due cose scisse, ma consequenziali. Prima una, poi l’altra. E credo sia inutile concentrarsi sulla conseguenza, quando ci si può dedicare alla causa.

Oggi a me è capitato di riuscire a fermarmi un attimo e voltarmi. E’ una cosa che fa paura, si rischia di scoprire d’avere sbagliato strada. Si rischia di scoprire tante cose.
Invece sono rimasto stupito, constatando che la paura non era giustificata. Dicessi che è stata sempre una passeggiata, starei mentendo. Ma non posso dire sia stata una brutta strada, soprattutto non posso dire d’essere allo stesso punto dal quale ero partito. Non c’è niente di quella partenza, se non ciò che veramente conta, ed è come stare di fronte ad uno specchio a fissare un riflesso che non è più il proprio. Ed è liberatorio.
Liberatorio pensare che, senza tutta quella strada, non avrei avuto bicchieri della staffa che terminano alle cinque del mattino, la forza, o semplicemente la voglia, di rimanere per certi versi immaturo, per quella parte che ti fa rimanere vivo, piuttosto che inadatto alla vita. Che non avrei guadagnato un fratello che ora vive a Modena, ma solo fino al venerdì. Che non sarei stato pronto quando più contava, cioè adesso, per salutare un fratellino e aiutare una madre, senza perdere in nessun modo la convinzione che la vita sia sempre un ne vale la pena.
Liberatorio pensare che, senza tutta quella strada, non avrei avuto una telefonata di dieci ore consecutive, che poi è diventata un discorso, che poi è diventata una conversazione: Endless talking, life rebuilding.
E io tengo stretta questa canzone da un tempo che nemmeno ricordo più, sapendo sarebbe stata la colonna sonora perfetta per qualcosa. Fosse anche solo una sigaretta, fumata lenta, mentre il sole scende.
E invece.
Guardo una carrellata infinita d’immagini scorrermi davanti agli occhi. Alcune sono orrende, altre bellissime, altre ancora a metà tra il dolore e la felicità, altre sono rimaste sulla pelle.
Poi guardo ciò che ho davanti, fisso il presente, l’unica cosa che conta.
E credo non ci sia momento migliore per avere ventotto anni, bere un bicchiere della staffa, chiamare a Modena e stringere forte una donna dai capelli decolorati a trenta volumi. Tutto ciò che conta.

To make a toast to life
Cause i have survived

[I Of The Mourning – Smashing Pumpkins]

 

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