E’ solo sangue, parte uno

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In Piazza Principe, con quel vento del cazzo, e quella rotonda tanto brutta, e quei portici, con quel marmo che amplifica sempre la sensazione di freddo, in cui c’è sempre l’aria, quella umida, quella che rompe i coglioni e ti fa maledire d’aver perso la sciarpa. Quella blu. Quella fatta a maglia. Che era un regalo, e l’hai persa, e non l’hai più e quest’aria del cazzo ti fa odiare te stesso per la tua disattenzione.
In Piazza Principe, ti fermi, ti volti, non si vede il mare e ne si sente solo la puzza, guardi su: il cielo è azzurro e ghiacciato com’è sempre d’inverno, e tu lo odi, perché è sereno.
In Piazza Principe, ti fermi, ti volti, guardi indietro e poi davanti, alla stazione, al binario, al treno. Lo zaino è quasi vuoto, ma pesa come un macigno, come tutto il vuoto che ti si è creato attorno.

Stacco brusco, panic attack.

Porta Venezia è un posto del cazzo per farcisi mancare l’aria, con tutte quelle persone, quella calca, quella ghiaia troppo bianca e quelle piante troppo verdi. Cammini fino alla balaustra, hai freddo, hai paura, osservi le anatre e non riesci ad immaginare dove possano volare quando ghiaccia il lago. Le fissi, ti sforzi, non ci riesci. Ti guardi le mani, non sembrano le tue. I polsi, vuoti. I segni, rossi.
Cerchi con gli occhi un aiuto che non esiste, o che potrebbe esistere, forse, in qualche modo. Ma non c’è. Non c’è  nulla. E’ tutto vuoto. La staccionata è inerte, l’acqua è lercia e le anatre quando ghiaccia il lago non vanno da nessuna parte. Le anatre, quando ghiaccia il lago, crepano.

Stacco brusco, sostanze chimiche.

Quella panchina non c’è più, l’hanno levata. Era verde, di legno rovinato, la vernice si era scrostata in alcuni punti e le giunture in ferro si erano arrugginite. Era isolata, da sola, sembrava l’avessero messa lì e si fossero dimenticati di aggiungerne delle altre. Come se, d’un tratto, a nessuno fosse più importato della panchina, di quel lembo di verde, di tutto.
Quella panchina non c’è più e, parrà assurdo, ma Bologna è cambiata da quando l’hanno tolta. E’ invecchiata, di botto, ed è come se si fosse svuotata di molte cose che, prima, la rendevano bella. Bologna adesso è sempre affascinante, e andarci è sempre un po’ tornare a casa, ma senza quella panchina ci si sente solo ospiti e non padroni.
Che, poi, è un bene l’abbiano tolta, così passando di lì, e di lì ci si deve passare per forza, uno evita anche di incazzarsi. Che è stupido, in fondo, arrabbiarsi. Tanto indietro non ci si torna. Si va solo avanti. Non è una cosa che si sceglie. E poi senza quella panchina, uno può evitare di pensare che un vecchio rudere è tutto ciò che rimane di una persona. E quindi, sì, è decisamente meglio che l’abbiano tolta. E’ stato un atto di generosità, non di disservizio.

Stacco brusco, carrozza sette.

Guardi la banchina allontanarsi lentamente, infastidito dallo sporco sul vetro, che impedisce di vedere bene ciò che c’è fuori. Fuori ci sono un paio di superga con le calze rosse, immobili sotto l’orologio. Le sei e venticinque di sera. Il sole se n’è andato da un pezzo. La fronte sul vetro, guardi e non riesci a pensare a nulla. Guardi finché non vedi più la banchina, né l’orologio, né le superga con le calze rosse. Smetti di guardare. Ti porti le mani sul petto. Chiudi gli occhi. Provi a respirare. L’avambraccio destro ti brucia, tirando su la manica ti accorgi che il taglio ha ripreso a sanguinare. Il rosso si è sparso dal gomito al polso, sfumato, non pieno. Con un fazzoletto e un po’ d’acqua d’una bottiglietta pulisci la pelle, ti chiedi come possa un taglio relativamente piccolo fare tutto quel macello. Non ti rispondi. Fuori è buio. Tiri giù la manica. L’avambraccio ti brucia e ne sei contento, perché almeno senti qualcosa. Appoggi la testa all’indietro, il piede destro sul sedile vuoto davanti a te. Tiri su il cappuccio e chiudi gli occhi. Il taglio brucia.
E’ solo sangue, pensi, poi si secca.

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