I Selfie, i Sorrisi, le Solitudini

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Alla fregatura delle canzoni con la pioggia dentro non ci pensa mai nessuno.
Le ascoltano tutti e nessuno si accorge della truffa.
Le ascoltano tutti e tutti si lasciano truffare, inumidire.
E’ come se ci piacesse percepire il vuoto. E’ come se ci piacesse amplificare la solitudine.
Che io mi chiedo perché ci piaccia così tanto il malessere agrodolce, perché ci piaccia così tanto percepire le stanze vuote.
Abbiamo un difetto di fabbrica non identificato che inceppa gli ingranaggi, questo è certo. Che, probabilmente, il vuoto che percepiamo dentro è diretta conseguenza di quello che abbiamo intorno, ché alla fine, non diciamoci stronzate, se c’è una generazione senza prospettive, quella è la nostra.
Quelli che verranno dopo non lo so, non ci penso e, a ben guardarli, credo non ci pensino nemmeno loro. Loro finché possono mettersi la faccia da cane su snapchat paiono contenti, beati che sono.
Noi no, per noi è diverso. Noi abbiamo visto il mondo senza snapchat. E, a ben pensarci, anche senza facebook, senza instagram. Noi, addirittura, siamo gli ultimi ad aver utilizzato un lettore cd portatile, o un mangianastri, una cassetta VHS, una tessera prepagata per la cabina telefonica. Poi ci è cambiato il mondo sotto il culo, mentre crescevamo, e non ci abbiamo capito più un cazzo.
E quindi ora ci ritroviamo dei trentenni, nostri coetanei, a farsi i selfie dall’alto su instragram con hashtag #oggicosì. Trentenni, gente che potrebbe benissimo mettere su una famiglia. Noi siamo cresciuti in un mondo dove le foto o te le facevano, oppure non ne avevi di tue. Poi ci hanno inventato i cellulari che fanno gli autoscatti e non ci abbiamo capito più niente, che, tolte le foto ingiallite e imbarazzanti di quando s’aveva cinque anni, poi non ce ne hanno più fatte, e ci sembrava di non esistere. Ora, invece, possiamo dimostrare ogni cinque minuti agli altri che esistiamo. E così c’è gente che va sul gran canyon e non fa la foto a quel miracolo della natura, no, ma al proprio faccione davanti a quel miracolo della natura. Che tu vedi quell’immagine e pensi mortacci tua scansate che vojo vedè er panonarma, ‘mbecille. No, niente: una serie infinita di nasi orrendi e di gente che non ha ancora capito che non deve guardare nello schermo, ma in camera, mentre fa la foto, perché sennò sembra ancora più imbecille di così.
Che, dico io, tutte queste foto di gente che non guarda in camera sono la prova provata del decadentismo dei tempi moderni, del fatto che non ci sia più niente da fare, oltre che la manifestazione sempre più lampante d’un diffuso narcisismo autoriferito: ci si guarda nello schermo per vedere come si è, e di fatto non si scatta una foto a se stessi, ma a se stessi mentre si guarda se stessi. Non è neanche un apparire agli altri, quanto un dimostrarsi d’esistere, un autoapparirsi, una grande, gigante, sentita sega al proprio ego.
In sostanza ci hanno convinto a tal punto che non valiamo un cazzo, che adesso qualunque cosa si fa dev’essere sdoganata agli altri come mitica. Un cena con amici, una cosa che fanno tutte le persone da sempre, che non ha inventato nessuno, diventa un autoscatto con hashtag #machenesapetevoi. Un normale week end in un posto del cazzo qualsiasi in Liguria diventa un autoscatto con hashtag #magarivoi. Ma magari voi de che? pensa uno. Che sarebbe comprensibile fosse uno scatto d’una spiaggia bianca del Caribe, o del Messico, o di qualunque altro posto non raggiungibile con una Panda a metano, ma cristo d’un Dio sei a Sestri Levante, #magarivoi cosa?
Che sarebbe da capire a cosa è dovuta tutta questa esasperata spettacolarizzazione di cose normali. Che io continuo a pensare che le foto è bello quando te le fanno gli altri, che farsele da soli è un po’ come chiamarsi l’applauso. Il punto è che siamo talmente insoddisfatti, frustrati, svuotati che, sì, abbiamo bisogno di chiamarcelo quel cazzo di applauso.
Perché prima ci hanno tolto gli scivoli alti di metallo, perché erano pericolosi. Poi hanno tolto i cartoni con storie sensate e ci hanno messo i Digimon e Peppa Pig. Poi ci hanno detto che bisognava fare l’università e, dopo, almeno un anno a lavorare gratis e se ti lamentavi eri choosy. Poi ci hanno fatto un contratto, ma a tempo determinato e non ci hanno rinnovato. Poi ci hanno preso a tempo indeterminato e ci hanno mandato a fanculonia, perché tanto sei giovane, non hai legami, hai energie e se non lo fai tu, chi lo fa? Poi ci hanno spiegato che, se volevamo fare carriera, dovevamo rispondere generalmente di sì, e ancora più spesso scusa. E tutto questo senza dirci bravi nemmeno una volta, continuando a dirci che potevamo fare di più. Che alla fine siamo stati annichiliti al punto che, per dimostrarci d’essere abbastanza, o anche solo qualcosa, il selfie ci è sembrato l’unico modo. E io, che generalmente faccio foto agli altri, anche se prima li ho chiamati imbecilli, guardo queste foto e non vedo dei megalomani o, appunto, degli imbecilli: guardo queste foto e vedo tante persone sole, tante solitudini mascherate da felicità, tanti piccoli bisogni d’abbracci sinceri, tanti vuoti, tanta voglia di piangere. E mi viene da pensare che la mia generazione, la prima ad aver sperimentato la mobilità, i contratti a progetto, i voucher, gli stage formativi, è ormai morta e l’assassino è quel falso progresso nel nome del quale viene sempre più sacrificato il diritto alla serenità, al futuro o, più semplicemente, alla vita.

[Coast – Dry The River]

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