Old Fashioned – Il Sonno

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Non ho sonno, è fuggito via.
Come quella volta, quella in cui c’era il cielo del nord e tanto freddo e delle grosse nuvole rotonde, morbide, che si spostavamo pigramente su nel cielo. Grandi ombre sui campi coltivati, batuffoli di panna sospesi in aria. Come tanti Zeppelin per niente minacciosi che occupano il cielo, privi di bombe da sganciare. E io li osservavo e non avevo sonno e avrei dovuto dormire, ma non ci riuscivo. Avevo paura di dormire, di distrarmi. Non volevo succedesse qualcosa mentre io non ero presente. Che poi, uno pensa, che stupido, però quando ci sei nel mezzo mica ti viene in mente. Voglio dire, mica ti viene in mente che, tanto, tu non ci puoi comunque fare nulla. E’ un fiume, e tu ci puoi anche mettere una diga, ma l’acqua troverà comunque il suo modo per fluire. Che, poi, se la diga ce la metti male ti succede una roba tipo Vajont ed è anche ben peggio.
E io stavo lì e come adesso non avevo sonno e fondamentalmente aspettavo. E, riguardo l’aspettare, c’è da dire che uno aspetta qualcosa che nemmeno sa cosa sia. Aspetti, inerte, immobile, fermo. E la cosa peggiore, la cosa triste è che il tempo va comunque avanti e tu invecchi lo stesso, da fermo. E, quando ricominci a muoverti, hai perso uno, due o tre giri, sei indietro e i giri che hai perso, questo è da dire, non li recupererai più. E l’unica persona che potrai biasimare sarà te stesso. E questa non è una cosa con cui è sempre piacevole fare i conti. Anzi, si può dire che questa sia una di quelle cose che il sonno lo allontana, portando avanti una sorta di circolo vizioso: credo che la questione risieda tutta nel fatto che, una volta che perdi un giro, passi il resto del tempo a rincorrere, un po’ come quando ti dicono che, se fai ritardo una volta, ce ne sarà sicuramente una seconda e una terza e via continuando.

E tutto questo non ha capo né coda, se non che, in questo momento, sto pensando che siamo una generazione di sfigati, chi più chi meno. Anzitutto siamo orfani di un ideale politico o, se non di un ideale, di un’azione, di un movimento. Certo, alcuni di noi in piazza ci scendono, ma quanti sono realmente? Siamo i figli di quelli che hanno provato a cambiare tutto, fallendo, e abbiamo ereditato un grande vuoto che non abbiamo idea di come riempire. A nostro modo lo riempiamo riversando frustrazione sui social, comprandoci bellissimi maglioni in saldo, andando a mangiare giapponese all you can eat a venti euro, ammazzandoci di gin tonic il sabato sera. Non abbiamo una direzione, un’idea chiara di quello che deve essere il nostro futuro. Perché, fondamentalmente, un futuro non ce l’abbiamo o, se ce l’abbiamo, è quello in cui si deve lavorare fino a settant’anni, crepando letteralmente di lavoro per case che non riusciremo mai a comprare, figli che non potremo mantenere e vacanze che non riusciremo a fare perché non avremo le ferie. E così galleggiamo tra la destra più becera e xenofoba, il populismo degli autodidatti da nonciclopedia e una sinistra che ormai, di sinistra, c’ha forse solo la mano. Invecchiamo nell’epoca del politicamente corretto, quella in cui creano le quote rosa e, contemporaneamente, danno della puttana a una ministra facendo passare l’insulto come contestazione politica. L’epoca del politicamente corretto che sa di marcio, dove lo stato chiude le curve per i cori di discriminazione territoriale, e poi lo stesso stato discrimina quei territori lasciando la gente a morire sotto la neve, di tumore per i terreni inquinati o sempre di tumore per gli scarichi di una fabbrica che elargiva comode mazzette un po’ a chiunque. E in tutto questo noi non possiamo che passarci in mezzo, come fossimo disinteressati spettatori, degli stanchissimi Don Chisciotte che hanno accettato i mulini a vento e, con la coda dell’occhio, li guardano girare. E li odiano, ma sanno che non riusciranno mai a sconfiggerli.
Una generazione di sfigati, non per modo di fare o di essere, ma per il periodo storico in cui c’è toccato d’essere adulti. Che uno si guarda intorno e vede veramente poco di cui gioire, o in cui avere fiducia. Però, ritornando al discorso del fiume di prima, abbiamo poco da farci, oppure tantissimo, ma dipende da tante cose, tante almeno quanti sono i mulini a vento.

Non ho sonno, come quella volta, quella in cui dal divano guardavo il riflesso sul vetro della finestra aperta. Fuori non faceva freddo, c’era un cielo da pioggia che non sarebbe mai arrivata. Le nuvole, grandi, che si spostavano stanche nel cielo.
E alla fine, quando mi sono addormentato, sono caduto in un sonno così profondo che, ancora adesso, ricordo l’attimo prima di chiudere gli occhi, quello in cui capii che potevo lasciarmi andare.

[Old Fashioned – Frightened Rabbit]

 

 

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