Camp Cope – Una Non Recensione

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Sono la cosa più lontana da un recensore che possa esistere, perché quasi mai sono oggettivo o obiettivo. Mi faccio trasportare, mi faccio prendere. Non riesco a rimanere imparziale.

Ho scoperto, totalmente a caso, un cd di un gruppo che non conoscevo, e che forse non conosce la stragrande maggioranza del pubblico. Ci ho sbattuto contro, come del resto capita con tutte le cose che finiscono poi col sorprendere, con lo stupire, o con altre tre o quattro cose che hanno a che fare col rimanere, o col mancare.
Sono otto tracce, per un totale di trentasei minuti di musica ruvida e forse anche suonata male. Se non male, in modo immediato. Se non male, in modo sincero.
La prima canzone mi ha catapultato all’interno dell’atmosfera, come i tira dentro che ci sono ogni tanto fuori dai locali. E’ partita quella chitarra calda, tre accordi, e io ho pensato aspetta un attimo. E quell’attimo è diventano trentasei minuti, alla fine dei quali ho fatto ricominciare tutto da capo.
Non so perché, ma è come se questa musica creasse una zona neutra dalla quale viene difficile uscire. Non è roba che si può ascoltare come sottofondo, o mentre si fanno cose che tengono impegnato il cervello, per le quali serve concentrazione, perché sono rumori che distraggono. E distraggono non perché sono fastidiosi, ma perché ti regalano delle immagini, dei colori, degli odori. Nella voce roca che ora urla, ora canta, ora si sposta in falsetto, in quel tono di trasognato decadentismo delle note, nei giri semplici ma morbidi di basso, tra le righe dei testi e delle note si muove quel gigante sarebbe potuto essere che tutti noi ci portiamo, in qualche modo, sulle spalle e che, quando te lo mettono davanti, non puoi ignorare.
E’ una musica calda, come tutte le coccole che avresti voluto e non hai ricevuto; o come tutto ciò che avevi e che hai perso; o come quello che non sei riuscito a fare. E’ una musica calda come tutte le promesse non mantenute, gli appuntamenti dimenticati, i caffé troppo freddi o troppo caldi o rovesciati in terra per disattenzione; o come tutti i cocci che hai raccattato ogni volta che hai richiuso uno zaino, o l’hai aperto in fretta, o dimenticato su un treno. Calda come le colazioni quando c’è un bel sole e i bicchieri disegnano un’ombra perfetta sul tavolo, o come i pomeriggi passati a fumare su una panchina, senza avere paura che il tempo passi, o cambi, o si fermi. Calda come i primi appuntamenti, quando si sorride e basta, o come gli ultimi, quando un po’ si sorride, un po’ si piange, un po’ ci si lascia andare per non perdersi del tutto.
E’ una musica che racconta, e racconta noi. Il nostro tempo, il nostro esserci senza esserci mai, il nostro essere pronti per tutto senza mai essere pronti per niente, il nostro essere tacitamente vocati alla sconfitta, la romantica sconfitta: il nostro aver deciso inconsciamente, ad un certo punto, di giocare per perdere. Perché le generazioni prima sono quelle vincenti, quelle che hanno ottenuto qualcosa, o tutto.
Noi no, noi siamo diversi. Noi siamo quelli che perdono. Noi siamo gli esteti del fallimento.

E sta tutto qui, in questi trentasei minuti di musica da garage. In queste urla. In questo basso. In questa chitarra calda dalla quale non ti aspetteresti nulla, in cui invece ritrovi tutto.
Compreso il pensare che la vita sarà pure quello che è, ma sicuramente non è noiosa.
Il che la rende, per forza di cose, bella.
Funziona così: fai partire Done, la prima traccia, e ti metti ad ascoltare. E sorridi.

[Camp Cope “Done”]

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