Catch Me If You Can – Andrij il numero 7

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Non scrivo mai di calcio, o di sport in generale, perché credo di non esserne capace.
Certe cose le sento troppo e perdo di lucidità nella scelta delle parole, o anche solo nel ritmo narrativo. Però oggi si giocava Bologna – Milan e in campo s’è visto qualcosa che non accadeva da qualche anno: tra i rossoneri c’era un numero sette ed era un numero sette che, per ora, sembra sappia giocare a pallone in modo sublime. Lo suggerisce l’assist con tunnel, dopo aver bruciato il diretto marcatore al primo passo, dopo 89′ di partita con due uomini in meno. Il sette di oggi viene da Ovest, è Catalano, si chiama Geràrd ed è biondo.
Ed è forse proprio il colore di capelli, insieme ad alcune movenze fatte con quel numero sulle spalle, a riportare alla memoria un altro ragazzo biondo, che si chiamava Andrij e veniva dall’Ucraina.

Io credo sia quasi impossibile spiegare cosa sia stato Andrij Shevchenko per i tifosi milanisti, spiegare cosa sia stato per quelli che con lui ci sono cresciuti.
Nel 1999, quando arrivò a Milano, io avevo dieci anni e osservavo alla televisione questo ragazzo timido, che parlava a stento italiano, ascoltando mio padre dirmi che finalmente abbiamo di nuovo un fuoriclasse in attacco. Ascoltavo i paragoni: Weah, Papin, addirittura Van Basten, in corsivo volutamente perché Marco da Utrecht a Milano sponda rossonera è come Gesù Cristo per chi ci crede, un giocatore talmente leggendario che anche le nuove generazioni si emozionano al solo sentirlo nominare.
La prima stagione Sheva segna 23 gol vincendo la classifica marcatori, diventando il secondo giocatore straniero a riuscirci alla prima stagione in serie A, e facendo subito capire che no, uno così non sarebbe stato dimenticato velocemente.
Per un bambino di dieci anni certe cose sono calamitiche, e calamitico per me fu il coast-to-coast col quale segnò al Bari, facendo tutto da solo, attraversando il campo in verticale, in una corsa infinita, facendo scivolare la palla lenta verso il palo lontano.
E poi l’esultanza, che era sempre uguale: con le braccia alte e quell’espressione in viso, quasi sorpresa, immensamente felice, come fosse sempre il primo gol in carriera e non il numero 70,71,72. Esultava sempre così. Esultò così 175 volte con la maglia rossonera, diventando il secondo realizzatore di sempre.
Il nome di Andrij Shevchenko per i tifosi rossoneri la domenica era una costante presenza, la domenica e il mercoledì, quando si giocava la Champions League.
Ad esempio mi ricordo che il giorno del mio primo bacio era il 13 maggio del 2003 e lo ricordo perché, quella sera, Sheva segnò il gol che risultò fondamentale per il passaggio del turno del Milan. Era la semifinale di Champions League e si giocava il derby contro l’Inter. La partita finì 1 – 1 e i rossoneri andarono in finale grazie al gol fuori casa, grazie al loro numero 7.
E poi la finale, quel 28 maggio del 2003, in quell’Old Trafford da sogno, con la Fossa Dei Leoni che fece una coreografia semplice quanto efficace: una scritta sola, gigante, che diceva Riconquistiamola! Sì, perché la Coppa Campioni al Milan mancava da nove anni, dalla finale di Atene del 1994 vinta contro il Barcellona. E, anche in quella sera di maggio, fu Andrij l’uomo dei sogni, l’eroe, perché fu lui a segnare con una freddezza quasi inumana il rigore decisivo, per poi esplodere di gioia correndo verso il portiere rossonero, abbracciandolo, cadendo per terra, urlando e piangendo.
Come piangevamo noi, di qua dallo schermo, e io ricordo che poche volte ho visto mio padre così fanciullescamente contento, così candidamente luminoso, quasi bambino.
Shevchenko col numero sette sulle spalle era una cosa davvero incredibile, che credo non si possa spiegare a chi non l’ha mai visto. Un famoso allenatore di lui disse che con Shevchenko in campo nelle partite decisive si parte già 1 a 0.
Ed era vero, perché quando Andrij era in campo ed era in forma non esisteva difensore che lo potesse tenere. Scattava, riceveva palla, dribblava e non lo prendevano mai.

Spiegare il calcio ad un non appassionato temo sia un’impresa impossibile, sicuramente non sono io ad avere la penna adatta per farlo. Dicevo prima di questo nuovo numero sette, dicevo di Van Basten. Ecco, alla fine di tutto questo scritto penso di dovermi rimangiare l’affermazione iniziale, perché penso che per la mia generazione non ci sarà mai un numero sette all’altezza. E penso anche che, per la mia generazione, Shevchenko venga prima di Van Bastened è la prima volta che affermo questa cosa. Perché, per quanto Marco da Utrecht sia stato uno dei giocatori più forti della storia, io sono cresciuto con Andrij, con lo Zar D’Europa. E vedere certe immagini, come il gol alla Roma del 2004, o il già citato rigore di Manchester, o i 4 gol segnati al Fenerbache, o semplicemente un’immagine di repertorio provoca dei brividi d’emozione sulla pelle, lungo la schiena, a volte fa rimanere fermi qualche secondo, fa dimenticare di cosa si stava parlando.
Perché in quelle immagini, in quei gol, in qualche modo ci sei anche tu, perché mentre stavano accadendo eri lì, davanti allo schermo, a sperare che il 7 facesse qualcosa, quel 7 che davanti agli occhi di un ragazzino era un semidio, un eroe.
E’ strano per chi non segue questo sport, ma c’è qualcosa di quasi esoterico che ti lega a determinati giocatori o momenti e ammetto che ad un occhio imparziale tutto ciò possa apparire come un delirio. Non lo è.
Perché quando tifi davvero una squadra, e decidi di riporre la tua fiducia in uno dei giocatori, e quel giocatore tutte le sante domeniche ripaga la tua fiducia, che è cieca ed incondizionata, è come se ci stringessi un patto di sangue. E gli rimani grato a vita per tutta la gioia che ti ha regalato, per tutte le esultanze, per tutte le volte che lo Speaker al Meazza ha urlato Andrij! e il pubblico, come un ruggito, ha risposto Shevchenko!
O forse gli sei grato anche solo per averti accompagnato durante l’infanzia, finché non sei stato pronto per non avere più bisogno di eroi infallibili, di cose in cui credere ciecamente.
Perché in Andrij tu potevi credere ciecamente: ogni domenica c’era, e tu c’eri con lui. Sempre. E per sempre.

 

[Walking On Cars “Catch Me If You Can”]

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5 thoughts on “Catch Me If You Can – Andrij il numero 7

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  1. Mi hai fatto quasi piangere, e io il milan lo odio. Ma chiunque ami il calcio poi piange anche quando non parlano di te, ma come lo faresti te per il tuo 7 o chissà… (tranne che se parlano dell’altra squadra della tua città – penso che per uno della j++e comunque non mi emozionerei mai)

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      1. Di Torino io ricordo bene i portici di via Po, la vanchiglietta, piazza Santa Giulia, la birreria Santa Giulia, il Valentino, le luminarie blu del Monte dei Cappuccini, Piazza Vittorio e il laghetto artificiale di fronte al rudere realizzato per i 100 anni della Repubblica

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      2. Mi son persa il laghetto artificiale ma a vedere il mio 7 su Corso Re Umberto dovresti andarci. Con qualcuno del Toro e di vecchio, che ti dica che quella lapide non l’han messa per anni, ci si doveva pensare noi con una foto e dei fiori e mille adesivi al palo con gli orari dei bus…

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