Lo Stato Sociale, Niente Di Speciale – o: Per Tutte Le Volte

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Per quella volta a Bologna, il tramonto da San Luca e il sole che lasciava la città, le due torri in lontananza, la bellezza del Dall’Ara e i portici, il cappuccino in Piazza Maggiore e il bacio alla stazione, che ha sempre lo stesso orologio, che segna sempre la stessa ora, che fa pensare sempre alla stessa cosa.
Per le passeggiate sul Lungomare Fabrizio De André e il traffico di Viale Gramsci e quella scritta sul muro dell’università, quella carica in Piazza Principe, che i miei mi pensavano in università, che mi credevano a lezione, che molto spesso sono stato creduto in posti in cui poi non ero.
Per quella sera sotto la tettoia in Andrea Costa, dopo lo spettacolo di teatro, con la pioggia che cadeva pesante e seduti sui gradini, un po’ asciutti e un po’ bagnati, ci si lasciava prendere dalla politica, dalle analisi, dai confronti e, mentre l’acqua cadeva, nessuno poteva sapere avremmo continuato a farlo per tre anni.
Per i messaggi dall’Inghilterra, che arrivavano sempre alle due del mattino, che sorridendo chiedevano aiuto, che l’aereo non l’ho mai preso e ai messaggi non ho più risposto.
Per la notte che scende su Marsiglia, l’odore di spezie e le urla in arabo e in francese, il rumore del mare, il sapore di politica e poi la strada tutta dritta, la Liguria di notte, il ritorno che sembrava un’andata.
Per il regionale delle 9:10 per Torino, sempre allo stesso binario, sempre con la stessa luce, gli stessi sedili, lo stesso odore di unto che ti rimane addosso, le stesse pause, gli stessi vuoti e le stesse mancanze.
Per l’alba da Superga e il tramonto su Piazza Vittorio, lo scorrere lento del Po, la maestosità della Mole, la luce che rimbalza ampia nel parco del Valentino, la collina verso Chieri, la vista dal Monte dei Cappuccini.
Per la luna rossa e gigante in Boulevard LaFayette, la luce che brilla in Saint Germain, le nuvole che corrono veloci sopra il Sacro Cuore e il vino caldo a Montmartre, le crepes salate alla Sorbonne e l’emozione di Place de la Bastille, l’ampiezza di Vendome, la lunghezza di Republique, gli odori di spezie e di narghilè nel vociare meticcio di Chateau-Rouge.
Per la luce che si rifrange sul Turning Torso, per le vie tutte uguali di Hallstahammar, il fumo della segheria che si riflette sull’acqua del Vanern, la birra Mariestad bevuta nel Gamla Stan e il bacio sotto la grandine nel Djurgarden, l’acqua che scende invadente e poi si ferma, lascia spazio al sole, all’arcobaleno che si compone nel cielo, con la luce che rimbalza sul marmo, sui vetri dei palazzi, nelle pozzanghere.
Per una telefonata di dieci ore nei giorni più brutti, da mattina fino a sera, da alba a tramonto e per le foto controluce sul lago, le marmellate sul tavolo al mattino, il fumo del caffè che profuma la stanza e il vino francese, il whisky e il gin tonic, la pelle e le labbra.
Per un ballo e un bacio in una sera casuale, gli anfibi bianchi e i capelli biondi, la voce calda e le lunghe passeggiate, la foto del cancello del parco, aperto tutta notte, e ancora la pioggia, il riparo sotto un faggio e poi in galleria, il freddo, il corpo, l’alba.
Per tutto il sonno rimasto addosso dopo notti troppo belle da far terminare.
Per tutte le manifestazioni che ho perso, credendo di dover inseguire un tempo che invece stavo perdendo per sempre.
Per tutte le mani, tutte le labbra, tutti gli sguardi, tutte le volte che metà siamo morti e metà siamo risorti.
Per i pianti di rabbia e i pianti di felicità, per i lacrimogeni che bruciano la gola, la paura nelle gambe e i piedi che vanno veloci.
Per tutta la lotta che abbiamo perso per strada e per tutta quella che ancora non smettiamo di fare.
Per tutte le volte che abbiamo pensato di smettere e siamo andati a dormire.
Per tutti i risvegli in cui abbiamo deciso di ricominciare, tutti i risvegli in cui abbiamo deciso di perdere, piuttosto che arrenderci.
Per tutte le volte che abbiamo scelto, prendendo una posizione per evitarci di morire piano piano.
Per tutte le volte che non abbiamo delegato niente a nessuno.
Per tutte le parole, le carezze, le spinte, gli insulti e i complimenti, i sentimenti e le promesse che non erano da fare.
Per ogni volta in cui abbiamo cercato di rendere il presente un posto migliore.

“Come faccio a tenere lontana questa canzone da chi non la deve ascoltare?
Se sapesse quanto ho scritto di te, ti farebbe un contratto il mio editore”

 

[Lo Stato Sociale “Niente Di Speciale”]

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