Gli anni dei raudi – il tempo scandito dai Gazebo Penguins

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Quattro anni fa, raudi-anzi-raudo.
Usciva rabbioso, l’ascoltavo distratto, un CD esplosivo, un gruppo emergente.
Gazebo Penguins e il sole al mattino, Gazebo Penguins e metropolitane in ritardo, Gazebo Penguins e i cappuccini veloci, la sedia sul lastricato, il lastricato lucido, il cielo che spesso minacciava di piovere.
Che, avesse piovuto, avrebbe lavato molte cose, avrebbe levato molte cose, cose di cui avrei potuto fare a meno. Potuto, voluto.
Era il tempo in cui, ancora, il tempo non conta, non distingui i giorni e le notti, bellissime, diventano mattino e occhiali da sole, colazioni sul corso in magliette posticce e teste pesanti e occhi arrossati, mani ovattate dal giorno che nasce.
Schizofrenica epoca di casualità giovanili, incontri e scontri, treni e biglietti e scoperte su youtube, con uno spotify ancora da venire.
Il nostro bianco e nero, il nostro secolo scorso, al tempo del tempo che brucia le tappe.

Quattro anni fa, raudi-anzi-raudo.

Quattro anni fa, raudi-anzi-raudo.
Senza lavoro e per certi versi era meglio, che gli sfruttati erano gli altri, distanti da noi, lontani perché lontane erano le responsabilità e la politica era il mezzo per costruire fantastici futuri; al contrario di adesso, che gli sfruttati siamo noi, distanti da noi in modo diverso, e la politica è il mezzo per cambiare il presente e il sangue che versi rimane per terra, non torna al suo posto.
Che per certi versi era meglio, che i coglioni erano meno, o così ci sembrava e i tornelli non c’erano, la legalità non era un’aspirazione, la pace e la sicurezza non erano le pene severe, sempre più severe, i daspo cittadini, i reati di terrorismo, le cariche gratuite, ma erano soltanto i concerti infiniti, le canzoni per strada, le birre per terra e le risate sguaiate.
Che non si doveva lottare ogni giorno, ogni centimetro di ogni spazio, per avere una dignitosa esistenza, che non è vivere con dignità, che non è vivere con responsabilità, ma è poter vivere per essere vivi, per poter invecchiare, o permettersi di farlo, senza arrivare a pagare l’affitto coi bronzini dimenticati nelle tasche dei jeans.
Che eravamo più belli, o forse erano più belli quelli che ora gracchiano, in roche sentenze, di condanne esemplari per teppisti inventati, di condanne esemplari per chi non crede che negare diritti possa essere un diritto; che nessuno si riempiva la bocca coi modi civili, con le proteste pacate, col fatto assodato che vai bene se protesti, ma solo se non rompi i coglioni.
Che non eravamo più belli, ma solo belli esattamente come adesso, mentre il mondo, lui no, s’è imbruttito col tempo.
Ed è migliorarlo, o provare a farlo, che fondamentalmente ci spinge in avanti.

Quattro anni fa, raudi-anzi-raudo.

Quattro anni fa, raudi-anzi-raudo.
I pomeriggi rabbiosi, la luce di taglio, il fumo a mezz’aria di sigarette aspirate e canzoni scoperte pensando ai baci mancanti, quelli non dati, che ti rimangono lì, tra il petto e lo stomaco e che porti con te, nel portafoglio, come le foto di quello che non dici a nessuno.
E i legami, nell’aria, che tengono stretti i corpi in movimento, i corpi che avanzano negli spazi del tempo che cresce, invecchiando la pelle, stancando i pensieri, portando al minimo il massimo di quello che si può provare a vivere.
Un’alba infinita, una continua sequenza d’immagini a colori, una dopo l’altra, una in fila all’altra nei giorni, nei mesi, negli anni.
Nella pioggia battente, nel sole che muore, nel vento che freddo dà un senso alle giacche, con le sciarpe, severe, che separano labbra e parole da non dire.
Che alla fine poi scopri la differenza che c’è tra diventare grandi e invecchiare e basta, tra rimanere vivo e diventare brutto, tra perdersi per strada e immaginare una direzione.
E realizzi che hai fatto ciò che spesso spieghi alla gente: restare nel presente per arrivare nel futuro.

Quattro anni fa, raudi-anzi-raudo.

Quattro anni dopo quattro anni fa, raudi-anzi-raudo.
Finalmente.

 

[Gazebo Penguins “Finito Il Caffè”]

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