Stavo Immaginando Di Ballare – Amarsi A Parigi

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Sous les pavés, la plage recita la grande scritta sulla destra, mentre a sinistra il sole spinge con un gesto ampio i suoi primi raggi verso l’altro.
Il rumore d’un accendino rompe il silenzio dei passi, uno sfiato grigio si avviluppa nello spazio, il petto viene dilatato e ristretto da un sospiro.

“A cosa pensi?” domanda lei, che cammina attaccata al suo braccio, la testa appoggiata sulla sua spalla. I capelli corti e chiari, perenne profumo di fiori di Algarve pettinati anni trenta.
“Niente di particolare” risponde lui, un passo dopo l’altro, destro e sinistro alternati lentamente, pieni appoggi su ciottolato marrone.

Ci sono vari momenti nella vita, o così almeno raccontano gli anziani: ci sono i momenti in cui sai da dove vieni, quelli in cui sai dove vuoi andare, quelli in cui sai cosa ti manca, o cosa non ti manca. Questo è il momento in cui si sa dove si vuole rimanere.
La luce illumina da sinistra Place Georges Pompidou, le ombre si allungano soffici, le facciate degli edifici si bagnano del colore pastello tipico dell’alba, il cielo si colora di carta da zucchero e qualche nuvola rosata se ne sta lì, come immobile, in tutta la rotonda consistenza che hanno le nubi del nord europa.

“Stavo immaginando di ballare” dice lui, dopo un po’, rispondendo in ritardo alla domanda.
“Da solo o con qualcuno?” chiede lei, la testa sempre sulla spalla, la voce bassa e calda.
“Con te, naturalmente”.
“Sarebbe bello”.

C’è una sorta di decadente dolcezza nascosta nelle cose perfette, una specie di silenziosa consapevolezza del fatto che i momenti debbano, prima o poi, terminare. E questa cosa rende tutto intenso e dilatato, tutto veloce e rallentato allo stesso momento e, per certi versi, per brevissimo tempo, è come se tutto fosse eterno, come se non si potesse morire mai. Come le belle canzoni, come i film che guardi e riguardi finché non li conosci a memoria, come i libri in cui ti piacerebbe vivere. Come le cose che rimangono.

Attraversano lentamente la piazza in diagonale, lenti passi all’unisono, lei stretta al suo braccio, la testa sulla spalla, fino a Rue Du Renard, fino a un portone alto e scuro.
“Sono arrivata” dice.
“Sì” risponde.
La testa scivola sul petto, le braccia si aggrappano al busto in un unico e leggero movimento, senza strappi né slanci. Lui la tiene, la stringe, dondola lentamente da sinistra a destra. Nessuno piange, è stupido piangere in certi momenti.
“A che ora parte il treno?” lo interroga lei dal petto.
“Alle sei” si ricorda lui sottovoce.

Il rumore di chiavi che si inseriscono nella toppa scuote il silenzio di una Parigi addormentata, la strada è deserta, come il cielo che ora è privo di nuvole.
Lui le osserva la schiena, le mani nelle tasche e una sigaretta accesa che pende dalle labbra, mentre lei spinge il portone e fa il primo passo per entrare, per poi voltarsi appena prima di richiuderlo dietro di sé.
“Tutti i giorni” dice lui anticipando la domanda.
Lei sorride, lo bacia con gli occhi e scompare con clangore dietro il legno massello dell’ingresso.
Le mani nelle tasche, la sigaretta accesa che pende dalle labbra, lui rimane lì per qualche secondo ad osservare il vuoto dove prima c’era tutto. Poi si volta, prosegue lento a camminare verso la stazione, mentre nel cielo continua ad accendersi la luce di un nuovo giorno.

E’ tuo.

[Jack Kerowax “Violet”]

 

 

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