Aldro – Lettera D’Amore

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Ciao.
Acceso, spento, pieno e vuoto.
Entri in casa, pomeriggio, telegiornale, omicidio.
Entri in casa, pomeriggio, telegiornale, pugni stretti.

Ciao.
Poca aria, tutto buio.
Un concerto, un botto allucinante, birra per terra, sopracciglioni incazzati.
Scusa, ma va figurati, te la ripago, grazie.

Ciao.
Te l’eri cercata, ricordi?
Avevi un cuscino sotto la testa, ricordi?
Avrai sicuramente risposto male al funzionario, ricordi?

Ciao.
Che rumore fanno due manganelli rotti sulla schiena?
Che rumore fa riconoscere in televisione un viso visto di sfuggita?
Che odore faceva tutta quella birra sparsa per terra?
Che odore avevi tu?

Ciao.
Che cosa hai da dire riguardo i tuoi diciotto anni?
Che cosa posso dire dei miei sedici anni?
In quale universo parallelo ci sono io al posto tuo?
In quale c’è un nostro amico?
In quale c’è un nostro coetaneo che non conosciamo?
In quale tornare a casa tardi è una colpa punibile con la morte?

Ciao.
Da quanto tempo non sei più quaggiù?
Quanti sono dodici anni in anni di carcere di chi sconta pene ridotte?
Vale dirti che ho creduto da subito che tu fossi innocente?
E che non mi importa avere ragione?
E che mi prendo il torto, se vuol dire pensare certe cose?
Vale dirti che ti voglio bene?

Ciao.
Sto finendo le parole, come tutte le volte.
Come tutte le volte che ti penso troppo,
che ti ricordo troppo forte.
Che mi ricordo quanta rabbia,
quanto odio,
quanto forte strinsi i pugni.
Fino a perdere sensibilità.
Non riuscire ad aprire le mani.
Dolore alle tempie per aver compresso la mascella
per minuti, tanti, lunghissimi, silenziosi.

Ciao.
Sono passati dodici anni e non è passato neanche un giorno.
Siamo ancora al punto zero.
Siamo ancora a quell’alba.
A quell’asfalto.
Quelle risate irrispettose.
Quel decidere al posto di dio che diciotto anni erano abbastanza.

Ciao.
Odio i discorsoni.
Su di te non riesco a farne.
Tutto è stupido, tutto è vuoto, tutto è niente.
Un ragazzo torna a casa.
Un ragazzo incontra quattro agenti.
Un ragazzo muore.
Nessuna perifrasi, nessuna frase, nessuna indignazione
può andare oltre questo fatto.
Siamo ancora a questo fatto,
siamo ancora su questo punto.
Tenetevi le problematizzazioni,
le democratizzazioni,
le identificazioni,
le targhette,
le pene farsa per zittire la folla,
i discorsi di cordoglio per lavarsi la coscienza.
Non ce ne frega niente.

Ciao.
E’ come quando penso a una certa persona
che non si lascia in pace la schiena,
o a un’altra che alle quattro del mattino
non vuole andare a casa.
Un desiderio d’essere infinito
per risolvere ogni cosa
contenere ogni dolore
cancellare le storture.
Essere gomma per matite difettose,
astuccio per penne spaiate,
essere la tazza di tè caldo alla fine
d’una giornata senza tregua.

E invece sei tu
stendardo gigante
a sventolare sulle nostre spalle
a seguirci ovunque
come uno spirito protettore
come un santo patrono
o semplicemente come un compagno.

Ciao.
Mi scopro a pensarti, ogni tanto,
nei momenti più improbabili.
Assorto in mezzo a un prato.
Dal finestrino d’un aereo.
In cima a una collina.
In mezzo ad altre cento persone
su un vagone di metropolitana.
Al punto che a volte non so più
dove finisco io e dove inizi tu,
se abbia i miei ventotto anni o di nuovo
quei vecchi sedici
con tutti i miei ricci
tutti i miei strappi nei jeans
quella felpa bordeaux
e tutte quelle scritte su muri abbandonati
per persone che non m’avrebbero mai amato.
Che se tutto ciò vuol dire amarti,
allora io ti amo.
Per non farti morire mai più.

Buon trentesimo Aldro.
Con tutta la rabbia e tutto l’amore che conosco.

 

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