La Signora Dei Ghiacci – Blackout Problems, “The National”

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Hai gli occhi azzurri, signora dei ghiacci, e ogni volta che guardi, guardi come se pensassi di riuscire a nascondere ciò che celi. Dietro l’autoironia, il non parlare seriamente mai di nulla e in nessun caso; eppure, signora, si nota, nel blu della tua iride, che c’è qualcosa nascosto nel doppio fondo dei tuoi occhi. Una verità innegabile, che viene fuori di fronte al caldo di un focolare, o nelle notti più fredde, quelle fatte di spettri e fantasmi, i racconti che le nonne sceglievano per non farci più fare i capricci.
Hai gli occhi azzurri, signora dei ghiacci, e già so che le puttane di corte, i surfisti dei pettegolezzi, i fedeli consiglieri di doppia morale si stanno interrogando tra loro con gli occhi per capire chi tu sia, da dove tu venga, quale sia la tua storia. Invano, signora, perché non avranno mai il tuo nome, non potranno associare queste parole ad un volto, ad un corpo, nemmeno a una voce. Per gioco e sfizio, togliendo a loro il fetido divertimento, è un privilegio che custodisco per me.
Arrivano persone, signora, che cavalcano a stento l’acqua velenosa e approdano su questa terra abbandonata dalla misericordia. Tutti i soli, nel caldo mortale, uomini e donne stremati toccano la nostra terra come se avessero sconfitto il Re Rosso, e c’è fermento, confusione nel mondo al di qua del mare. Gente che li considera animali vorrebbe respingerli o lasciarli affogare, perché sono troppo diversi, troppo scuri, troppo strani e parlano lingue incomprensibili, praticano usanze considerate pericolose.
Altre persone, uomini di corte, lacchè del potere, si gingillano temporeggiando su questo o quel cavillo, giudicandoli ora buoni, ora pericolosi, senza mai prendere una posizione netta, senza mai schierarsi. Avidi di poltrone e oro come sono, signora, hanno da poco iniziato a strizzare l’occhio ai paurosi, ai timorosi, ai cuori di cervo e alle facce di cane. Nicchiano, signora, nei loro palazzi di pietra, protetti nella loro ricchezza, mentre sulla terra rossa persone comuni, ma di posti lontani, cadono esanimi, in lacrime, domandando solo un po’ di pietà, il diritto di vivere.
Ma la pietà, signora, sembra essere ormai fuggita da queste lande, sembra essere stata dimenticata, stuprata da persone che si fingono magnanime, di umane vedute e sempre più spesso sostituiscono il bastone alla carota, forti del fatto che i loro seguaci, persone per bene, sostengono ciecamente queste azioni prive di onore.
Poi ce ne sono altri, signora, forse i più buffi, che delegano sempre alla parola poteri che la parola più non ha, che credono ai dialoghi coi sordi, a mostrare i fatti ai ciechi; e non so se siano pazzi o solo paurosi, o forse troppo gentili, ma perdono tempo, temporeggiano inutilmente su sterili posizioni. O forse, signora, commettono un errore imperdonabile, credendosi moralmente superiori ai loro interlocutori, non capendo che non è la cultura, né il bel parlare, né tutte le nozioni del mondo a darti la ragione, perché la ragione non è aprioristica, ma va guadagnata capendo la gente, parlando con la gente. E sopratutto, non capendo che ci sono momenti per le parole e momenti in cui le parole non bastano più, ma loro sono sofisti dei concetti e sembra gli piaccia perdere terreno e agibilità continuando a parlare al vuoto, considerando validi proclami che valgono quanto la stoffa con cui ci puliamo le natiche al cesso.
Poi, alla fine di tutto, ci sono altri uomini e altre donne, signora, persone che hanno deciso che non si può più indietreggiare e resistono come possono, quando possono. Ed è una lotta in perdita, come tutte le ribellioni, come al tempo dei draghi, un tempo che mancava su queste terre da quasi cento anni. Lo posso percepire dall’aria pesante di certi pomeriggi, dalle nubi dense, dalle piogge improvvise, dalla sorte che spetta a quelli che vengono presi, da quanto sia diventata feroce la repressione degli uomini blu.
Esiste davvero l’ultimo baluardo, signora, ma è abbandonato a se stesso, senza sostegno, perché tutti ormai, sopiti e paffuti per colpa d’un finto benessere, sono convinti che sia eccessivo frapporre anche il corpo, oltre che le parole, per ostacolare certe decisioni.
E se mi chiedi, signora, da quale parte io stia, ti dico la solita e che un tempo ne conoscevo molti, dal popolo con la erre rotonda della città di mare fino ai guerrieri che non pronunciano la ci, ma ora è diverso, è un altro tempo, un’altra stagione e io, invecchiando, ho perso i compagni.
E non mi resta che fare questo, raccontare storie, menestrello decaduto e fuori dai giochi, con le migliori parole che posso scegliere, sapendo che non saranno mai perfette, né precise, né tantomeno efficaci.
E certe notti, quando c’è la luna piena, ci penso più forte, penso a tutti coloro che scherniti ed insultati continuano a fare quello che credono giusto e anche agli altri, a quelli venuti dall’acqua velenosa e non riesco a dormire, rimango sveglio e senza parte in un conflitto in cui so da quale parte sto.
E poi penso a te, signora dei ghiacci, a quello che ti vorrei dire e, infine, a ciò che celi sul doppio fondo dei tuoi occhi. A quanto possa essere caldo e avvolgente il buio che porti con te, a come mi farei cullare da tutto quel vuoto e a come, senza chiedere nulla in cambio, potrei riempirlo con parole, quelle sì, scelte con attenzione.
Si sta per svegliare il drago, signora, forse da qualche parte, all’alba di un qualche giorno da qui a qualche tempo, forse ci rivedremo.
E tu hai gli occhi azzurri, sai come fissare un drago negli occhi senza averne paura.

[Blackout Problems “The National”]

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