Sleep Well Beast – Il Maledetto Matt Berninger

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E’ uscito un cd, volevo farne una recensione track by track. Non l’ho fatto perché avrei dovuto parafrasare troppe cose e le parafrasi annoiano e avrei dovuto rivolgermi a un tu non generico, diversi tu a seconda dei casi e non ne avevo voglia. Non perché svogliato, ma perché non vedo molto senso nel parlare per via indiretta con persone che o già sanno, o non sentono, o è meglio che non ascoltino. Scelta politica, quindi, prima che stilistica. E poi questo modo affettato di scrivere che permette di esulare da qualunque contesto e atmosfera mi piace. Inoltre notifiche di facebook per nulla interessanti continuano a distrarmi, rendendo i periodi spezzettati al limite dell’esasperazione.
Il punto è che Matt Berninger mi fa incazzare, da un lato perché lo invidio, invidio il modo e la capacità che ha di scrivere testi semplici che raccontano la complessità delle storie che ti presenta; dall’altro perché, forse proprio per questa sua capacità, ti entra sottopelle senza chiedere permesso. So che qualcuno può storcere il naso, ma solo perché noi non siamo anglofoni di nascita e, a meno che non si parli l’inglese fluentemente, i testi non li capiamo al volo – non diciamoci cazzate -. E queste canzoni, senza una fruibilità immediata del testo, sono mutilate. Perché, se anche musicalmente sono comunque qualcosa di valido, la forza dei The National sta tutta nelle parole che quel maledetto di Berninger canta con dolcezza in quel microfono. La musica è un accompagnamento, una nota di colore, uno sfondo che contestualizza il testo col suo crescere man mano che il tema si sviluppa, o nel bridge messo proprio dove ci sono quelle due frasi ripetute tre volte, o nel non salire mai di tono perché la storia raccontata fondamentalmente non si svolge mai, nell’essere quasi cacofonica e confusionaria in accompagnamento a testi decisamente tormentati. Se comunque vi immaginate un accompagnamento stile cantautorato col chitarrino, no, siamo fuori strada: è un accompagnamento elaborato, che comunque passa in secondo piano rispetto al testo. Anzi, è un accompagnamento che viene reso ancora più potente proprio perché c’è il testo. Il testo è l’ago, la musica è la mano dell’infermiera che te lo inserisce dolcemente nella vena. E il tutto, insieme, è proprio quella cosa lì: un gesto che ti ferisce, ma mentre ti ferisce ti cura.
Descrivo sempre le canzoni dei National come una calda coperta della nonna, di quelle di lana, quelle in cui ti avvolgi quando sei molto triste e vuoi sentirti coccolato, o quando stai male e aspetti di guarire, che le medicine facciano effetto. E questo effetto coccola, dato da testi che di sicuro non sono allegri, penso sia possibile perchè Berninger non sa cosa sia la retorica, o almeno sembra non saperlo. Lui va diretto, senza costrutti stilistici particolari, senza luoghi comuni, senza quelle richieste da frasi ad effetto che poi scrivi ovunque. In Berninger non troverai mai stronzate tipo “sono fatto di te” o sproloqui d’amore infinito o insulti velati stile “sei un pezzo di me” di Levante. No, qua siamo oltre queste promesse da cioccolatino che si infrangono inevitabilmente sulla statale 17 del “non abbiamo capito un cazzo, scusate”. Qui è tutto vero, perché semplice, di una semplicità che dà fastidio. E’ come assistere alla messa in musica di Cattedrale di Carver, o di Revolutionary Road di Yates: un contenuto che avanza dritto, che sviluppa una storia dove in più punti ci si sarebbe potuti salvare e non lo s’è fatto, o non si è voluto farlo, o non si vuole tutt’ora farlo. Una specie di redenzione rifiutata, di salvezza possibile e continuamente rimandata. Alcune canzoni di Berninger suonano tipo “vorrei altri cinque minuti per parlarti, ma non ce li ho, e allora ti dico male queste cose che penso molto bene”. E’ tutto un gioco di non detti, perché nei testi hai sempre l’impressione che l’interlocutore di chi scrive sappia esattamente a cosa ci si sta riferendo, solo che l’interlocutore non sei tu che ascolti. Tu sei lo spettatore, sei a teatro, sei seduto in una stanza e ascolti la messa in musica di tredici romanzi con finali più o meno devastanti, che non ti lasciano né un senso di vuoto disperato, né un senso di vuoto assoluto, ma solo di vuoto. Un vuoto che però non corrisponde al nulla, quanto più alla mancanza di qualcosa che, in qualche modo, si potrebbe ancora avere, o potrebbe ancora essere, ma per svariati motivi si decide che non sia così, o non si riesce a fare altrimenti.
E’ una specie di messa a nudo per finta di un’intimità reale, dove la messa a nudo è per finta perché in realtà nulla viene spiegato, o parafrasato. Puoi intuirlo, puoi rivederti in certi passaggi, ma non puoi capire fino in fondo cosa abbia portato a scrivere ciò che è stato scritto.
E quindi stai lì, ed è come assistere a un film ben fatto, dove tutti recitano con precisione, la scenografia è curata alla perfezione e i cambi luce sono stati studiati nel minimo particolare.
Ed è per questo che Berninger mi fa incazzare, perché rende l’atmosfera di quello che ti vuole dire, senza ricorrere ad espedienti stilistici particolari, divagare nel luogo comune o ridurre a banalità cose che banali non lo sono mai.
Ed è anche il motivo per il quale non riesco a smettere di ascoltarlo, una volta che metto la sua musica.
Quando è nuova, poi, e aspettavo da quattro anni di poterla ascoltare, vorrei cristallizzare il momento per poter vivere in queste canzoni.
Che molto spesso sono il miglior modo per esprimere certe cose, in certe situazioni, a certe persone. Ovviamente senza dirlo esplicitamente, nel migliore stile Berninger.
Come disse uno una volta, si impara dai migliori.

There’s a line that goes all the way from my childhood to you
Can’t you find a way?

 

[The National, “Sleep Well Beast”, 4AD ltd, 2017]

 

 

 

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