Sheet Post – Scrivere Senza Carta

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Cent’anni, due minuti, un quarto d’ora, la canzone giusta. Evadere dal tempo, elastico, per congelarlo in un istante brevissimo. Ti guardo, ridi, mi guardi, ridi.
Cent’anni, due minuti, un quarto d’ora.
Ad inseguire ritardi temporali, ritagli momentanei, bolle di sapone da cui entri ed esci senza scoppiarle. S’impara a volare senza aver paura d’atterrare, dopo un po’.
Mi chiedessero da quanto, non avrei una risposta; non ho segnato da nessuna parte in quale attimo sia iniziato e non ho mai avuto così fretta da doverne scrivere una fine, o anche solo una trama. Del resto in quest’assurdo teatro in cui Beckett incontra Pinter, passando veloce per Brecht, sul palco all’attore non serve un copione ed è stupido chi lo chiede.
Chissenefrega del pubblico, dei tecnici luce, del sipario, del parquet, della platea o della piccionaia; delle sigarette, dei bicchieri, dei sedili, del freddo, del mattino, del giorno seguente: chissenefrega.
E’ un gioco senza dopo, radicato nell’adesso e c’è voluto tanto tempo per riuscire a farlo bene. Che poi non sono io, ma il tuo piede che mi tira a te cingendomi il polpaccio, con le labbra che si toccano nascoste a tutto il resto, ma sotto gli occhi di tutti.
Ed è come Holden che sta sulla panchina, la giostra che gira con Phoebe nel suo soprabito blu, è come il fottuto New Jersey con tutte le sue luci, o il Colle della Guardia che veglia sulla città, il Pont Du Carrousel con la Senna che ci dorme sotto.
Cent’anni, due minuti, un quarto d’ora e tutto il tempo che non ho passato del tempo con te. La luna che si riflette nell’acqua del porto di Marsiglia, l’alba dal treno che ferma a Ventimiglia, i muri di Piazza Verdi tappezzati di rivoluzione; o Santo Spirito di spirito e gintonic, Rue Lepic che diventa Norvins e da lì, poi, lei, tutta Parigi, al tramonto, col Montparnasse che spicca come un titano in una valle di nani. E tu, in tutto questo, sempre nelle orecchie, canzoni che parlano di te a te senza che tu l’abbia mai saputo, insieme a parole mai scritte su fogli di carta mai esistiti, estemporanei sheet post con le parole disegnate sui fogli della mente.
E ogni tanto siamo qui, io e te, dove qui è adesso e ci accucciamo sui tavolini, ci fissiamo a due centimetri e io ti guardo e rido, tu mi guardi e ridi.
E ogni volta ci raccontiamo una storia, la nostra, che riusciamo a raccontare bene solo quando la raccontiamo a noi, tra di noi, nascosti da tutto e sotto gli occhi di tutti.
Come adesso, che scrivo di te senza dire niente di te e tutti possono guardare, ma nessuno vede niente. Un gioco di maghi che hanno imparato a fare il trucco senza truccare le carte, con la platea a due passi e comunque lontana chilometri dal palco.
Quelle grandi bacheche in vetro di Holden, che apriamo e richiudiamo, in cui niente s’è congelato e forse, davvero, noi possiamo dire dove vadano le anitre quando il lago ghiaccia. Noi lo sappiamo, forse da sempre, cent’anni, due minuti, un quarto d’ora.
Solo che ora siamo in grado di dirlo, a noi, tra di noi, lontano da tutto e in mezzo a tutti.
Sheet post senza carta, ma questo scritto per davvero.

 

[Bon Iver “Perth”]

 

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