Tutto L’Amore Che Odio – Sogni In Technicolor

​D’amore si parla spesso, molti ci hanno costruito carriere su questo argomento che io reputo il più inflazionato dell’epoca moderna e contemporanea al punto che non lo sopporto più. Questo sentimento travolgente e fine a se stesso – così come è descritto in liriche, libri e testi, dai Coldplay a Susanna Tamaro, passando per una qualunque canzone pop a caso e arrivando, non so, a Fabio Volo – che io sono arrivato a sentire pesantemente sui coglioni: l’amore salvezza, l’amore risolutore d’ogni sfiga, l’amore come fine ultimo della vita: ma quanto cazzo è banale, imprecisa, circostanziale e poco fantasiosa questa cosa? Ma prendiamo Frida e Diego, prendiamo lei che lo chiamava “elefante gentile”, che gli diceva “vorrei che tu potessi vederti con i miei anche solo un giorno della tua vita”, prendiamo questa coppia improbabile, in una Città del Messico barocca e rigogliosa dei primi anni venti, con la rivoluzione in corso e le idee che rimbalzavano dall’insurgentes fino a tutto il grande de efe, mentre dall’altra parte dell’oceano un americano diventato russo partecipava al sogno che si trasformava in realtà. Prendiamo loro. E prendiamo Nahui e Tina, due donne libere, vissute dalla parte dei ribelli e che alla ribellione hanno dato tutto, persino l’amore trovato e poi perso nel turbinio dei moti e degli avvenimenti che hanno ribaltato il Messico in un decennio, dal 1920 al 1930. O Irma Bandiera, che per amore morì. Amore per una causa, per i suoi compagni sulle montagne, amore per un’ideale di libertà per il quale ha pagato con la morte, diventando una via di Bologna. O Ernesto, che dalla Bolivia scrisse a sua madre una lettera piena di tutto ciò che può fare sciogliere un cuore, con quell’incipit muto nel suo dire tutto: madre, da molto tempo non scrivevo più. O Clement Duval, fuggito dalla cayenna e morto sotto falso nome negli usa, che al suo processo, guardando la Corte di Francia, disse “in cuor mio non vi perdono”. O Jules, francese anche lui, asserragliato dall’esercito in un casolare di Le Havre a scrivere che aveva rimpianti, sì, ma in ogni caso nessun rimorso, per poi morire crivellato per una rabbia esplosa da dentro, per un amore strappatogli dalla giustizia borghese, per l’ingiustizia di uno stato che chiedeva ai poveri per ingrassare i ricchi. Alexandre Marius Jacob, il ladro gentile, colui che ispirò il personaggio di Lupin, che disse “in vita mia non ho voluto né sfruttare, né essere sfruttato: per questo scelsi di rubare”. Ai ricchi, ovviamente, quei ricchi che ogni giorno godendo del loro plusvalore rubavano tempo ai lavoratori salariati, con turni estenuanti e lavori malpagati, e cosa c’è di più atroce che rubare il tempo, l’unica cosa che separa un uomo dalla propria morte? A Silvio Corbari, la primula rossa, che prima di diventare un film di Valentino Orsini fu ragazzo e partigiano, cui piaceva sbeffeggiare i nazisti con goliardate e gesti tanto coraggiosi quanto incoscienti. A Guido Picelli e alla gente dell’oltretorrente di Parma che nel 22 cacciarono indietro le camicie nere capitanate da Italo Balbo, e che anni dopo, quando Balbo tornò a Parma, gli fecero trovare scritto su un muro “Balbo t’é pasé l’Atlantic, mo miga la Parma”. Balbo, hai attraversato l’Atlantico ma non il fiume Parma. Prendiamo queste persone, per un attimo, e chiediamoci cosa sia l’amore. Se sia qualcosa da raggiungere, un fine, oppure qualcosa che ti spinge, che ti trasporta, che ti stimola e convince che tutto possa essere fatto e che persino alla vecchiaia, persino alla morte, persino a queste due stronze gli si possa andare in culo. Che ti fa guardare una persona al miradouro do Santa Catarina, o in rue Norvins, o in via Tadino, in Piazza Verdi e ti fa pensare che la rivoluzione si possa fare. Non domani, non dopodomani; oggi, adesso, tra cinque minuti. Che ti convince che l’evasione impossibile da un mondo senza evasione possibile di cui parlava Viktor Serge sia un’imprecisione, perché in realtà le sbarre le puoi limare, le finestre aprire e le porte sfondare. E anche se non ci riesci, fallirai tentando e ne sarà valsa la pena. L’amore è sofferenza non perché non si ha la persona amata, quanto perché è faticoso camminare verso un orrizzonte irraggiungibile come l’utopia. Però, come diceva Galeano, se l’utopia è come l’orizzonte, che faccio due passi e lei si allontana di due passi, allora forse serve proprio a questo: continuare a camminare. Non credo nell’amore statico che annulla qualunque altro bisogno e risolve qualunque problema, credo in ciò che morde lo stomaco nel cuore della notte, che ti mette la forza nelle braccia quando non dormi da due giorni, che ti fa dire “oggi sono arrivato qui, domani voglio essere là”; che ti stimola e ti fa capire che ogni volta che ti accontenti perdi un’occasione, una parte di te, regali al tempo qualcosa che non tornerà più. Ti sconfiggi. E quanto è stupido sconfiggersi da soli in un mondo in cui vai bene solo se sei arreso? Per me l’amore è questa cosa qui, un luogo dove nulla è scontato e ogni giorno è da vivere intensamente perché potrebbe essere l’ultimo, dove la vittoria non è l’ottenimento d’un qualche status ma il potersi voltare, a tanti anni dal presente, e poter ripensare al passato come il colonnello Aureliano Buendìa di fronte al plotone d’esecuzione, nel flashforward più bello e famoso della letteratura contemporanea. E questa canzone qui è un po’ tutto questo, e per me è la loro canzone più bella. L’ascoltai la prima volta a Bologna, su al colle della guardia, con un tramonto di fuoco che si allungava morbido e rotondo fino alle due torri, fino ad inglobare piazza maggiore. È passato qualche anno, ma vado ancora a letto tardi. Ancora, nonostante tutto, non sono le cose che una persona mi dà, o come mi fa sentire, ma ciò che potremmo combinare, raccontare e costruire insieme che mi fanno amare qualcuno. Il resto è noia, un eterno ritorno dell’identico dove l’apatia e la pace sociale ammazzano qualunque entusiasmo. Il resto è tutto l’amore che odio.

“Ho scritto chilometri di strada pensandoti / E quel che resta è una domanda”.
[Lo Stato Sociale “Sogni In Technicolor”]

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