I Giovani, L’Esperienza, Ciò Che Si Impara – Elliott Brood, The Widower

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Quanto fanno impressione le sedie vuote, voglio dire, quelle dove sai che una volta c’era seduto qualcuno? Immaginare le parole, le frasi, la confusione, la birra versata dal gesticolare con foga, schiuma bianca su legno marrone, sguardo stizzito per due sorsi sprecati.
Quanto fa impressione ripassare nei posti in cui s’è passati tanto prima, ritrovare le stesse cose, al loro posto, ma sentirle in qualche modo distanti, sentirsi spettatori d’una pièce non più tua, ma d’altri, altri che una volta erano anche te stesso?

A sedici anni, ricordo bene, funzionava che quelli di venti ti dicevano di stare zitto, perché non sapevi niente; a venti capitava con quelli di trenta, capitava che c’era sempre qualcuno che ti diceva che era più grande di te, che c’era sempre qualcuno che doveva spiegarti per forza le cose, perché lui le aveva capite dritte. Che poi più grande, più piccolo, concetti relativi; come se l’età fosse dimostrazione d’esperienza e non solamente un conteggio convenzionale degli anni trascorsi a mantenersi più o meno in vita, più o meno attivi, più o meno in corsa. Io mi ripromisi, tanto tempo fa, che non avrei mai avuto questa parte con nessuno, perché gli spiegoni vanno bene in chiesa, nelle aule di università, sul posto di lavoro; non sono sicuramente adatti alla strada, ai locali, ai parchi, alle manifestazioni e alle riunioni, a tutti quei luoghi in cui si vive davvero e in cui le cose ti accadono davanti e stare sul momento conta più dell’età che il foglio di carta con numero seriale che lascio sempre a casa riporta scritto.
Ho incontrato diciassettenni che mi hanno insegnato più cose dei cinquantenni, ho conosciuto trentenni che avevano paura di mettere il naso fuori di casa, settantenni che alle due del mattino erano ancora lì con me, a bere Lagavulin e a giocare a ping-pong come se il mattino fosse un concetto astratto, che stava là e che non sarebbe arrivato mai. Nessuna di queste persone ha un’età nella mia mente, ognuna di queste persone mi ha insegnato suo modo qualcosa.
Ad esempio che si può maturare senza arrendersi, che si può essere responsabili anche in stati d’essere apparentemente irresponsabili, che non conta saper fare la lavatrice sempre, ma quando ne hai bisogno; che responsabilità non significa ubbidire alle regole, ma accollarsi le conseguenze di ciò che si fa e rispondere “presente” quando qualcuno chiama il tuo nome per chiedere conto delle tue azioni. Che non serve a un cazzo saper consigliare se poi non si è in grado di essere d’aiuto senza proferire parola. Che avere fatto qualcosa prima di qualcun’altro non conferisce nessun titolo, nessun magistero, perché ognuno le cose le fa a proprio modo e niente è certo e serve solo attenzione, non sapienza, perché i sapienti sono solamente coloro che hanno smesso di interrogarsi riguardo le azioni degli altri e fondamentalmente si danno le risposte senza farsi le domande. Che nell’ascoltare le persone quando parlano si nasconde sempre qualcosa di prezioso, che gli altri parlano meglio di se stessi quando scherzano del più e del meno piuttosto che quando devono rispondere a domande dirette. Che è stupido voler sapere tutto delle persone, che è importante saper accettare ciò che ci viene detto ma ancora di più ciò che non ci viene detto, perché alla fine finiamo dove iniziano i silenzi altrui e cercare di renderli suono li trasformerebbe solo in rumore, in qualcosa di indistinto, di inutile e sarebbe un po’ come commettere violenza, come sprecare una persona, una possibile sorpresa. Che è corretto vivere con la convinzione che ogni giorno possa essere l’ultimo, concentrandosi sul presente, ma è necessario essere in grado di avere pazienza, sapere aspettare, saper stare con la propria inquieta attesa quando serve.
E che le cose facili non esistono e che, per quanto uno certe sere si senta ancora incollato al sedile d’una macchina diretta a Marsiglia, o affacciato al muretto del Colle della Guardia, o coi piedi penzoloni in Santa Trìnita, seduto su una barca ribaltata in San Pietro di Castello, tutte quelle polaroid mentali stanno bene appese al muro, in una galleria di ricordi e non di cimeli, una grande bacheca di vetro da ampliare continuamente finché sarà possibile. Finché le gambe, le braccia, la testa e il cuore funzioneranno come devono, o come possono, finché la parola fine non sarà davvero la parola fine. Fino a quel momento è da stolti, o da distratti, non continuare a camminare verso l’orizzonte, muoversi ogni giorno di un passo, scoprirsi diversi e ancora simili a se stessi ogni giorno, ma senza restare mai uguali al giorno prima; in un moto perpetuo, un continuo movimento elettrico a carica statica, quella che incolla a te le persone che devono rimanere, che ti porti dietro, alcune fisicamente e altre solo nella memoria, perché troppo veloci, troppo rapide o solamente perché dirette da altre parti, in altri luoghi a cercare avventure che non sono le tue.
E va bene così, è bello così: allenare la memoria serve anche a non perdersi nessuno per strada, nessuno di importante intendo.
E tutto questo scritto è merito, o colpa, di Elliott Brood e del suo nuovo album, uscito il 15 settembre scorso. E in particolare di una canzone, la traccia sette: The Widower.
Una canzone che ti prende in braccio, ti culla e ti porta a spasso.
La coperta di lana della nonna in cui ti avvolgi quando hai bisogno di coccole e nessuno lì, in quel momento, che te le possa fare.
Una cosa bella.
Buongiorno a tutti.

 

[Elliot Brood “The Widower”]

 

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