Assassinare John Cheever – Dope Lemon, Marinade

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Siamo gli interruttori delle nostre euforie intermittenti, ho scritto ‘sta cazzata in uno status facebook e m’è venuto in mente d’attaccarcene un altro paio, così tanto per.
Perché mi piaceva il concetto di interruttore, che tutti pensiamo al tasto – presente? Il clac! sul muro che, puff!, e luce fu! – però io scrivendo interruttori ho proprio pensato ad una persona fisica, uno che di ruolo fa l’interruttore e, ridondantemente per forza di cose, interrompe.
Cioè, c’è questo qui, uomo oscuro, che di lavoro fa l’interruttore, e ogni tanto arriva e clac! stacca la luce. Sì, l’ho pensato proprio nella funzione di sospensione, e non di accensione. Che poi, volendo dire proprio la stronzata da due lire, rubando a piene mani dal repertorio di quel grandissimo scrittore che è Fabio Volo, possiamo anche ragionare sul paradosso di chiamare una cosa che fa entrambe le funzioni – accensione e spegnimento – con un nome che ne indica solo la parte negativa. Voglio dire, perché non chiamarlo accensore, avviatore? Perché connotarlo solamente con una delle sue due qualità? Sarà forse che davvero pensiamo in negativo e non in positivo?

Comunque, ritornando all’oscuro figuro che di lavoro fa quello che arriva e interrompe, dapprima ho pensato ad una persona generica, il famoso colpevole esterno cui attribuire le cause di ogni nostra sciagura. Poi ho viaggiato più a fondo nel mio trip mentale da trenta-secondi-su-divano-bevendo-caffè e ne ho concluso che non è un losco individuo venuto da chissà dove, ma una losca parte del nostro agire/non agire consapevolmente o inconsapevolmente che sia. Siamo noi, in sostanza, gli interruttori, quelli che accendono e spengono le situazioni, e spesso nemmeno ce ne rendiamo conto. Perché io ci scommetto la sigaretta che sto per accendere che una buona parte di voi ha reputato la qualità intermittente dell’euforia come una peculiarità propria della stessa, e non come un effetto dell’esistenza di un sistema che accende e spegne, che dà e toglie corrente.
Ragioniamo in una logica causa/effetto solo quando non ci riteniamo responsabili delle conseguenze che stiamo criticando, in caso contrario, sarà per inconscio, sarà per vergogna, sarà quel che sarà, non ci mettiamo mai dentro il ragionamento. Parafrasando Carin at the liquor store dei National, siamo i fottuti assassini di John Cheever e non ce ne rendiamo conto, e anzi ci stupiamo d’averlo trovato lì, morto, sverso sul pavimento in una posizione inumana e innaturale. Ma siamo noi gli assassini, e nessuno verrà mai ad arrestarci, perché finché non inizieremo noi a sospettare di noi stessi, nessuno lo farà al posto nostro.
Ed è una fregatura, questa cosa, perché nessuno vorrebbe mai trovarsi ad un processo in cui è contemporaneamente imputato, giuria, accusa, difesa e giudice, eppure è la nostra condizione normale, il nostro stato delle cose, il nostro quieto vivere.

Siamo abituati a reputare come non dipendenti da noi cose che sono invece strettamente legate al nostro agire, e poi, per paradosso, ci reputiamo capaci di controllarne altre su cui non abbiamo alcun potere. Mi viene da pensare, visto che siamo in tema, all’euforia che passa e nessuno sa perché, messa in contrapposizione alla maniacale ansia da controllo che ci prende parlando del futuro. Però, adesso, come possiamo pensare di poter avere anche la minima voce in capitolo su cose che ancora non sono accadute, e non sapere come sia potuto succedere qualcosa che riguarda direttamente il nostro presente, e quindi la situazione in cui siamo?
Come possiamo renderci imputati di un processo in potenza – il futuro – e assolverci per direttissima in un processo reale – il presente –?
Ogni volta John Cheever muore e noi facciamo la parte di chi l’ha trovato, senza notare che le nostre mani sono macchiate di sangue. Ogni volta ammazziamo John Cheever nel presente e non ce ne accorgiamo perché siamo troppo preoccupati di non ammazzarlo nel futuro, cosa che invece puntualmente accade quando il presente diventa futuro. E avete mai notato che non succede mai il contrario? Che non è il domani ad arrivare nell’oggi, ma l’oggi ad andare nel domani? Noi ogni giorno siamo nel futuro, perché ogni giorno è un futuro di ciò che c’era ieri, perché il tempo avanza sempre in una sola direzione – per quel che ne sappiamo noi, che non siamo né Doc, né Marty McFly – e questa direzione non è mai retroattiva.
Quindi, alla fine di tutto questo conglomerato di pensieri da baci perugina, si potrebbe dire che nel futuro ci si arriva col presente che ci si porta, con quello che si tiene, con tutte le cause e tutti gli effetti delle nostre decisioni attive o passive, con tutte le volte che per paura non abbiamo fatto qualcosa o che abbiamo agito per spregiudicatezza, o per stupidità. E quindi il futuro dipende direttamente da cosa si combina nel presente.
Avevo visto un film, non mi ricordo il titolo, in cui il protagonista viveva sempre lo stesso giorno, intrappolato in una specie di maledizione, e per rompere quel loop doveva capire dove sbagliasse durante la giornata – un trip assurdo, sì –. Qui è più o meno la stessa cosa, in maniera ovviamente molto più ampia e incasinata: qui alla fine di ogni giorno c’è un John Cheever, noi siamo John Cheever, le persone che ci stanno intorno sono John Cheever, il nostro tempo è John Cheever e noi abbiamo sempre solo tre possibilità: riuscire a non ucciderlo, ucciderlo rendendocene conto, ucciderlo senza sapere d’averlo fatto.
Perché si potrebbe dire che John Cheever è la corrente e noi i maledetti interruttori. E alla fine sta a noi rendere le nostre euforie intermittenti o costanti.
E no, non è la costanza che porta all’abitudine, ma questa è un’altra storia.

 

I wasn’t a catch, I wasn’t a keeper
I was walking around like the one who found dead John Cheever
Hand in glove
– The National, Carin at the liquor store

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