Preferisco il mio hangover alla vostra memoria

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Giornata della Memoria.
La scena si apre in piano sequenza, uomini in doppiopetto su palchi addobbati, microfoni estesi, world broadcasting.
Parole chiave: mai più, barbarie, orrore, ricordare è importante, siamo la nostra memoria.

BLA.
BLA.
BLA.

e ancora

BLA.
BLA.
BLA.

Poi: applausi, strette di mano, ghirlande di fiori, cordoglio, celebrazione, saluti.
Tutto questo mentre: le frontiere vengono chiuse, chiudendo fuori però solo le persone, perché per la circolazione delle merci poi si spendono trilioni per cose come la TAV.
Tutto questo mentre: esponenti politici, gli stessi che oggi mostrano cordoglio, dichiarano che salvare tutte le vite in mare è un’ideologia che non ci possiamo permettere.
Tutto questo mentre: in un posto sconosciuto chiamato Kurdistan donne e uomini stanno resistendo colpo su colpo ad un tentativo di sterminio, ma sono solo Curdi e che cazzo ce ne frega dei Curdi, a noi?
Tutto questo mentre: ogni 10 novembre si celebra la caduta del muro di Berlino, e al contempo si tollera l’esistenza di quello di Gaza, con tutto quello che, a questo muro, è annesso e connesso.
Tutto questo mentre: ancora si usa la minigonna come giustificazione di uno stupro e la parola troia come insulto, ancora si pensa che una donna che ricopre un ruolo di responsabilità abbia per forza dovuto fare favori sessuali.
Tutto questo mentre: se hai un colore della pelle diverso da quello bianco, che a sto punto è quello giusto, non hai poi troppi diritti e devi pure stare zitto, perché vieni qui a rubare il lavoro e, anzi, dovresti lavorare gratis per ripagarci dell’accoglienza che ti stiamo dando. Perché è storicamente provato – gli Stati Uniti, che sono avanguardia di democrazia, ce lo insegnano – che il colore della tua pelle è quello dello schiavo.
Tutto questo mentre: se sei omosessuale è giusto che tu venga schernito e, se addirittura sei trans, non sei nemmeno pres* nella sfera dell’umanità, ma sei una cosa, una roba, qualcosa su cui si può fare ogni tipo di battuta, qualcosa che può essere discriminato in ogni modo. Perché sei stran*, perché sei malat*, perché sei sbagliat*. E se metti l’asterisco per sopperire ad una mancanza lessicale che impone uno o l’altro genere, portando ad una mancanza di rispetto dell’identità di una persona, ti senti dire da gente che tecnicamente dovrebbe lottare con te che stai perdendo tempo.

Il 27 Gennaio non si ricorda un cazzo, non c’è memoria. Il 27 Gennaio è un giorno utile per lavarsi la coscienza e rifocillare il mercato dei produttori di fiaccole e candele di cera.
Con che coraggio si dimostra cordoglio e sensibilità quando per i restanti 364 giorni dell’anno si abbaia, si sbraita, si insulta, si schifa?
Dopo un po’ non è più nemmeno questione di politica, ma di coerenza. Avere il coraggio di dire a me alla fine di tutte ste cose non me ne fotte un cazzo e mi dimostro sensibile all’argomento solo perché mi hanno spiegato che oggi bisogna fare così.
Il 27 Gennaio è come le feste comandate, un evento farsesco nella maggior parte dei casi, un evento obbligato, prassi da sbrigare prima di tornare a pensare a come schermare le nostre frontiere da quei cazzo di immigrati che, oh, non la smettono proprio di venire qui dal loro merdoso paese, che è povero perché in questo mondo la ricchezza è detenuta dal 20% della totalità e – dlin dlon! – siamo noi quel cazzo di 20%, perché siamo il fottuto occidente e per due secoli abbiamo sfruttato, colonizzato e barbarizzato mezzo mondo e – ma-guarda-che-sorpresa! – magari qualcuno pensa di venire qui per provare a godere di almeno una briciola della torta che, altrimenti, mai nemmeno potrebbe annusare.

Sono stato in quei luoghi, e mi ricordo un lungo corridoio con una miriade di volti fotografati, una specie di infinita galleria di fantasmi. Se chiudi gli occhi, lì nella penombra, quasi senti le urla. E li ho fissati negli occhi quei volti, uno per uno, sguardo vuoto dopo sguardo vuoto, foto segnaletica dopo foto segnaletica, dignità rubata dopo dignità rubata. Alla fine, da solo nel nulla desolante di un posto chiamato Birkenau, ho tirato fuori tutta la rabbia accumulata sciogliendola in un pianto muto. Avrei voluto gridare due giorni, fino a lacerarmi le corde vocali, ma io vi giuro che non avevo parole al punto da credere di aver perso la voce.
E la cosa che mi fa ancora più rabbia è che si ricorda solo una categoria, tra gli sterminati, mentre tutte le altre vengono elencate velocemente come le controindicazioni delle pubblicità dei farmaci. Come se non contassero un cazzo. Cosa che probabilmente è vera, dato che oggi non è che Rom, omosessuali e tutti i ragazzi e le ragazze che si oppongono al potere dominante, o difendono semplicemente la propria terra – e penso molto forte al Rojava, cazzo – se la passino troppo bene.
E questo dà la dimensione di quanto poco sia cambiato, e di quanto questo concetto di Memoria sia significante come un barattolo di pelati vuoto.

E io sarò irrispettoso, fuori luogo, ignorante o forse solo scemo, è probabile e non lo nego.
Del resto vivo in hangover, non siedo al vostro tavolo, non partecipo alle vostre celebrazioni, non entro nelle vostre stanze e preferisco dire una stronzata piuttosto che parlare di politica.
Perché, parafrasando una bellissima canzone, io sono un pezzo di merda: un bandog, non c’entro un cazzo con voi.
Non abbiamo la stessa memoria.

Buon 27 Gennaio a tutti.

 

[Club Dogo, “Hardboiled”]

 

 

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