Il COX18 e la Calusca – una frase su un muro imbrattato e le luci della città

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Stavo per andare a dormire, giuro, poi mi sono imbattuto in un vecchissimo articolo d’archivio – ogni tanto lo faccio, di spulciare gli archivi online dei giornali – e ho riletto ex-novo del giorno in cui il magnifico rettore Vago decise di far sgombrare la libreria Ex Cuem dell’Università Statale, sede di Festa del Perdono.
Me lo ricordo quel giorno, fu assurdo: la polizia in antisommossa entrò dentro l’università, una cosa che probabilmente non accadeva nemmeno negli anni 70, e massacrò di legnate un po’ chiunque. Poi, i solerti agenti, non paghi del loro atto eroico, sfasciarono a picconate il pavimento dei locali che furono libreria e spazio di aggregazione, strapparono i manifesti, i libri, pisciarono sui muri.
Il giorno dopo però erano tutti arrabbiati con gli studenti imbrattatori e usurpatori di spazi pubblici e, contemporaneamente, tutti contenti che quello spazio fosse stato restituito all’università, alla collettività – questa parola poi, così usata, così stuprata, così sulla bocca di tutti e così in nessun luogo nella realtà -.
Era a spanne il 10 maggio 2013 e noi, alla fine di tutto, schierati dov’eravamo un po’ alla rinfusa lì, sui sanpietrini, chi fumando una sigaretta, chi guardandosi le mani e tutti in muto silenzio, ci rendemmo conto che era finita un’era. Che una libreria storica dell’università, che era poi fallita e che alcuni studenti avevano provato a tenere in piedi, non c’era più. Per sempre.
Si provò ad andare avanti a testa basta, è da dire, perché il giorno dopo s’era di nuovo lì con calcestruzzo e cazzuole per riparare i danni fatti dai tutori dell’ordine, perché quello spazio doveva sopravvivere, essere salvato. Si infranse però tutto contro un muro troppo grande, un bando gaglioffo indetto dal magnifico rettore che, di fatto, tagliava fuori il collettivo da qualunque gioco.
Oggi, se non sbaglio, in quello spazio ci sono delle macchinette automatiche per il caffè, un ottimo modo di servire la collettività, è da dire.

E mi viene da pensare al Crash di Bologna, sgomberato a tradimento quest’estate, che ha provato recentemente a rioccupare un proprio spazio andando un po’ contro tutti e pure contro Labas, che mobilita le piazze per poi calmierarle a fronte di non si sa quale accordo – ancora da definire e ancora da chiarire – raggiunto con l’egregio sindaco Merola, quello che non sa che nella sua città la polizia sgombera gli spazi – parole sue -.
Mi viene da pensare ad XM24, la cosa più bella della Bolognina, costantemente sotto minaccia di quelli che, in nome della riqualificazione e del decoro, vorrebbero cancellarlo dalla mappa Bolognese per farci appartamenti, caserme dormitorio vendute a 5.000 euro al metro quadro e che rimangono vuote perché la gente non se le può permettere. O peggio, che vengono comprate in blocco e poi affittate, perché in fondo non è accettabile che dei ragazzi occupino e riqualifichino uno spazio dismesso, facendone un centro di aggregazione e incontro attivo sul territorio, e invece è ammissibile che qualcuno possa lucrare e campare letteralmente su quello che è un diritto primario – sempre che non si voglia fare come Walden o Chris MacAndless, è chiaro -.

Poi torno a pensare alla mia città, a questa roba che per la stragrande parte del suo tempo è un posto del cazzo, ma ha due o tre aspetti che me la fanno amare di un amore che quasi non so spiegare, e che mi fanno venire voglia di respirarla a fondo per sentirmici immortale.
Uno è il COX18, il carnevale di Via Conchetta, che è lì da quando io ne abbia memoria e, per certi versi, è come se fosse sempre stato lì, da prima di tutto. E’ un posto evocativo, un luogo storico, nato nel 1976, l’unico a memoria che sia sopravvissuto sempre nella stessa zona da quando è nato. Ed è notizia di qualche giorno fa che i giudici hanno negato l’usucapione dello spazio, nonostante sia ormai gestito, mantenuto, curato da più di 40 anni. Con motivazioni risibili, l’occupazione del COX è stata dichiarata, anzi confermata illegale, il che pone lo spazio di fronte al pericolo di uno sgombero. Ma sgomberare Via Conchetta non è sgomberare un semplice centro sociale, sgomberare Via Conchetta è sgomberare un’idea.
Perché lì dentro, oltre a tante altre bellissime cose, c’è un posto chiamato Calusca City Lights, che è una libreria, un punto di ritrovo, un luogo di aggregazione e, soprattutto, la vittoria di un’idea su cui nessuno avrebbe speso un nichelino a discapito di tutti gli scettici, di tutti quelli che “farlo è impossibile”. E’ nata nel 1972 in Vicolo Calusca e sopravvive ancora oggi, ospitata dal COX18, e a fondarla è stato Primo Moroni, il cui archivio è custodito all’interno dello stesso centro sociale.
Io di Primo Moroni potrei stare qui a scrivere per quattro giorni, senza mai mettere un punto al mio periodo – e sarebbe bello – ma preferisco farla breve e dirvi che è stato una di quelle persone che passano raramente, non un portavoce bensì un creatore di movimento, uno di quelli che fermi non ci stanno e costringono, anzi convincono a muoversi anche quelli che gli stanno intorno. Galleggiava tra il bisogno razionale di creare qualcosa di concreto – e una libreria cazzo se è una cosa concreta – e quella pazzia creativa e fantasiosa che fu anche di Radio Alice, con la quale condivideva più di un’idea.
E, se mai venisse sgomberato il COX18, verrebbero sgomberate queste cose qui, non il degrado, non l’abbandono, niente che non sia, al contrario, contenuto, vita, idea, fantasia, spunto di riflessione. Come dice qualcuno, sarebbe come spegnere le luci della città.
E io, in tutta sincerità, ho timore che c’è chi potrebbe essere così imbecille da farlo – non sto qui, ora, a parlare di cosa succederebbe in tal caso, non è la sede adatta -.

E ritorno all’inizio, all’Ex-Cuem, a noi lì sul selciato e al giorno dopo lo sgombero, con la gente che si lamentava dei muri imbrattati.
Vi farà forse ridere, ma uno dei muri “imbrattati” aveva sopra raffigurato proprio Primo Moroni, accompagnato ad una sua frase che diceva non serve andare lontano, perchè sotto ogni asfalto c’è il mare e, dietro ogni angolo, la luna.

E io credo che questi maniaci del decoro a modo loro, quello che sostituisce spazi di aggregazione con macchinette per il caffè, questa frase non l’abbiano capita.
Non ci riescono. Loro non lo sanno che è vero, che Primo aveva ragione.
Non lo sanno che sotto i loro piedi hanno il mare e, se solo provassero a girare l’angolo, vedrebbero la luna.
Quante cose che si perdono, convinti come sono di avere ragione.

Dedicato.

 

[Golden Shoulders “I Will Light You On Fire”]

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